CROWBAR – Broken Glass

Vetri rotti, frammenti di melodie frantumate dai riff esplosivi e venefici di Kirk Windstein. Una sassaiola di note, grancassa, bordate di basso ed una sezione ritmica deflagrante come un bombardamento al napalm nelle risaie del Vietnam durante gli anni ’70. Ma qui la cavalleria dell’aria è rappresentata dalla ferocia e dal clima di martirio sonoro che scaturisce dal disco: veloce nella sua staticità di derivazione doom, mordente nel suo ritmo martellare derivante dall’hardcore dei Black Flag, patologico come la chitarra dei primi Melvins, legato alle proprie radici come il southern della Lousiana: in una parola, sludge.Salubre quanto può esserlo una palude dell’Alabama, il Mardi Gras sonoro è pronto a partire ed appestare la stanza con il suo spettacolo di freaks: annuncia l’apertura delle danze il capocomico, l’arlecchino dalle tonalità pesanti e volgarmente potenti di “Conquering”, che si dichiara pronto ad annichilire ogni forma di resistenza, anche la più piccola. Il drumming forsennato e cazzuto come una grandinata torrenziale, la voce che urla e sbraita concetti nel puro stile sludge, creando, valorizzando, premendo l’acceleratore fino in fondo e facendo salire di giri quel mezzo anfibio corazzato chiamato Crowbar. “Like Broken Glass” è l’esatto modo in cui ci si sente, tra assoli curati, vibrazioni abrasive e sporche che hanno fatto scuole, ed il suono di un gruppo come i Down deve tutto ai Crowbar. “Wrath of Time Be Judgement” ti apre come un piede di porco (da qui il nome del gruppo), facendo perno sul tuo sterno, ti scoperchia la cassa toracica ed infila dentro quella bomba al neutrone di “Burn Your World”.
La testa ti scoppia, ma il cuore ha bisogno di altre scariche di adrenalina, intervallate dall’assunzione di sostanze dopanti per non sentire la fatica, lisergiche proteine ed amminoacidi a base alcolica, come “Can’t Turn Away From Dying” e “Reborn Thru Me”, dove l’incedere massiccio del doom lavico e oscuro di Pentagram, Saint Vitus, Trouble e Black Sabbath si confonde con la derisione e lo scherno del blues più malato, di una chitarra rocciosa e killer come la voce. Un disco che racconta lo sludge ed uno dei capolavori del genere, assolutamente irrinunciabile anche perché in 38 minuti è capace di prendervi e girarvi la pelle. Avviso: dopo averlo ascoltato andrete in giro come il manichino di esplorando il corpo umano.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu

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