CUDA – Hellfire

Ormai sono quasi due anni che aspetto con ansia il ritorno dei Cuda, band americana che con un unico mini cd di quattro pezzi ha saputo condensare in una formula ben precisa uno stoner rock voluttuoso e potente. Approfitto dunque dell’occasione per parlare di “Hellfire”, dischetto edito ormai da un anno per la sempre attiva 12th Records.
Ciò che spicca subito è la presenza in formazione di due membri degli hemp-freak rockers Bongzilla, anche se in quanto a sonorità siamo su coordinate parzialmente diverse: della band madre rimane solo l’atmosfera fumosa e satura di distorsioni, mentre i punti di riferimento sono ravvisabili nei padri Black Sabbath (rivisti in chiave ovviamente estrema) e negli zii Kyuss, rielaborati in maniera più incattivita e slabbrata.

Evidente in proposito è l’iniziale “Orange army”, pura energia “stonata” tirata e selvaggia, grezza e minimale pur conservando dei momenti dilatati (la coda dal taglio kyussiano ad esempio) ed una linea melodica intrigante e appiccicosa. Le chitarre di Spanky e Gunner (anche vocalist del gruppo) sono ovviamente l’elemento che primeggia, essendo pompate di groove e fuzz a dismisura, ma un ruolo non marginale lo ricopre anche la puntuale e granitica sezione ritmica, Cooter Brown al basso e Nuge alla batteria. La durata delle songs è molto lunga (in media sui sei minuti) e ciò rende ancora più ipnotiche le composizioni, come accade in “Raven bitch”, dove gli amplificatori disegnati in copertina (splendido come sempre il lavoro della Malleus…) esplodono in un vortice semi strumentale maledettamente trascinante, impreziosito dalle vocals di Gunner solo nel finale, allucinato e zeppo di accelerazioni mozzafiato. La successiva “SRF” è una vera e propria cavalcata di chitarre fuzz che si inseguono a velocità folle senza un attimo di tregua, preludio di quanto accade nella conclusiva “Hellfire”: lo spirito degli Sleep risorge per un attimo innalzando il vessillo del doom più lercio e cadaverico…ma non è tutto, perché un incipit del genere si scontra subito con riff intensi, rapidi e ripetitivi, prima di una serie di assoli al fulmicotone che chiudono in modo egregio un disco massiccio e senza compromessi.

Come ovvio non si tratta di nulla di particolarmente nuovo all’interno del genere, ma ciò che si apprezza è soprattutto una dinamicità ed una vulcanica capacità d’esecuzione che pochi gruppi ormai conservano. E sinceramente non è roba da poco…
Cuda, vi prego: tornate presto!

Alessandro Zoppo

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