CULT OF LUNA – Eternal Kingdom

L’ottetto di Umeå (città che ha dato i natali agli immensi Meshuggah), pur se in attività da poco meno di 10 anni, dà alle stampe il quinto lavoro (se si escludono uno split con gli Switchblade e due 7 pollici, uno dei quali composto da due cover di Smashing Pumpkins e Unbroken), come sempre via Earache. Due anni sono trascorsi da “Somewhere Along the Highway”, album che confermava la loro volontà di affrancarsi dalle sonorità sludge/Neurosis-oriented dei primi due dischi (l’omonimo del 2001 e il capolavoro “The Beyond”, del 2003) per prediligere un approccio più “liquido” e definibile come una commistione di post-core e attitudine doomy al post-rock, a partire dall’acclamato “Salvation”, pubblicato nel 2004. Se quest’ultimo segnava un reciso cambiamento di coordinate stilistiche, il nuovo “Eternal Kingdom” serve a chiarire che il nuovo ibrido costruito con perizia negli ultimi anni è, per ora, una sicura strada. Il piglio mostrato dai ragazzi, anche in sede live, non fa altro che suffragare questa interpretazione: il labor limae attuato con sempre maggior consapevolezza dei propri mezzi serve, appunto, ad affinare gli spigoli degli ultimi due album (evocativi e cattivi ma con qualche elemento di ripetizione nelle strutture, ridondanze non tediose ma forse evitabili in ambito di composizione, pure se in effetti si sarebbe corso il rischio di perdere il mood ossessivo che tanto giovava ai dischi in questione).Il lavoro di produzione contribuisce ad esaltare questo taglio più diretto, per quanto ci troviamo di fronte a brani lunghi, complessi e ancora una volta caratterizzati da soluzioni intelligenti: l’elemento di principale novità è proprio la cura per i dettagli e le sfumature, invece della ricerca esasperata di cupezza e lentezza.
Dal punto di visto lirico, il disco è un concept ispirato dal diario di un malato di mente, imprigionato per aver ucciso sua moglie: a quanto pare, il manoscritto è stato ritrovato dalla band nello studio di registrazione, ricavato da un carcere dismesso.
L’artwork, invece, è un coacervo di strane simbologie (ad esempio, il gufo è un simbolo chiave della massoneria: rappresenta il dio babilonese Moloch, venerato da diverse sette e in particolare dall’influente Bohemian Club).
Il trittico iniziale è fenomenale. Ad aprire è “Owlwood”, dalla cifra stilistica simile agli ultimi lavori ma con una coda strumentale che può ricordare alcune intuizioni del seminale ‘Kollapse’, parto dei mai troppo compianti Breach. Seguono due vette del disco: la tracklist, quasi epica (ovviamente il termine è da prendere con le molle) e “Ghost Trail”, che potrebbe essere considerata la nuova “Finland” in quanto a capacità di suscitare emozione, soprattutto per la delicata parte strumentale prima dell’esplosione finale. L’interludio “The Lure”, suggestivo e quasi cinematografico, introduce un nuovo dittico di brani di spessore: “Mire Deep” e “The Great Migration”, che si fregiano di arrangiamenti molto intriganti e mutevoli gradazioni cromatiche. Il secondo strumentale “Osterbotten”, speziato di elettronica e anch’esso con sentori riconducibili alle atmosfere dei Breach, fa da apripista a “Curse”, brano intenso e ben calibrato. Il delicato intermezzo “Ug’n” introduce “Following Betulas”, conclusione del disco: un brano che riepiloga quanto di buono espresso e che si concede un finale quasi da fanfara (!).
In definitiva si tratta di un ottimo ritorno per un gruppo che ormai si staglia fiero e consapevole dei propri mezzi nella cangiante scena delle ibridazioni post-post (hardcore, rock, sludge): una “certezza”, si spera, anche per gli anni a venire.

Raffaele Amelio