DEVIL TO PAY – Thirty pieces of silver

I Devil To Pay sono una band nata agli inizi del 2002. Provenienti da Indianapolis, sono riusciti ad imporsi tra le band locali riuscendo a vincere il primo premio in un concorso locale che gli ha fruttato la onorevole cifra di 10.000 $. Grazie a questa entrata sono riusciti a produrre immediatamente il loro primo album.
Il sound partorito dai quattro è sanguigno e possente. Una miscelanea di heavy rock e metal, con spruzzate stoner qua e là. Il groove che viene creato è di sicuro impatto e l’opener (“Mouthful of spite”), ne è la dimostrazione lampante. Distorsioni calde per un brano interamente strumentale. “The lamb” ci presenta la voce di Steve Janiak, che è anche chitarrista assieme a Rob Secrist. Il pezzo si snoda su vari cambi di tempo, con una parte centrale molto doom e oscura, dove appunto la voce, assume toni più sofferti.

Si prosegue con la monolitica e metallica “Dinosaur steps”, mentre “Whores of Babylon” ci mostra l’aspetto più stoner della band. Un mid tempo dal sapore amaro. Un lento progredire verso oscure figure. Tempi molto più sincopati in “Angular shapes” dove viene messa in evidenza la bravura tecnica del batterista Chad Prifogle.

“Tractor fuckin’ trailer” e ancor di più “Swathe”, colano grunge da ogni nota. Anche il cantato appare un po’ diverso rispetto ai brani precedenti. Con “The new black” si ritorna ai cupi scenari dello stilema doom con riffoni pesanti e grassi e voce lenta e sofferta, mentre “Lowest common denominator” è quanto di più scontato si possa ascoltare. Sicuramente il brano meno riuscito per costruzione metrica troppo prevedibile, e per melodie che sanno veramente di già sentito. Sicuramente più graffianti appaiono “Toreador” e la conclusiva “Valley of the dogs”. Se la prima si accosta al sound dei Corrosion Of Conformity, l’ultima paga tributo agli Alice in Chains.

I Devil To Pay ci consegnano un buon prodotto, sicuramente più vicino a sonorità metal che non a quelle consuete della nostra webzine. La produzione è di notevole spessore. Anche la voce risulta sempre chiara e distinguibile, mai urlata a dispetto della stragrande maggioranza delle band di questo calibro, e percepibile in ogni parola.
Provate a buttarci un orecchio. Qualcosa sicuramente vi piacerà.

Peppe Perkele

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