DOZER – In The Tail Of A Comet

Reduci dallo storico e sorprendente split cd con quei mostri sacri degli Unida datato 1998, l’anno successivo gli svedesi Dozer si ritrovano alla ribalta del nascente movimento stoner europeo e sono pronti a registrare il primo loro full-length. Nel 2000 esce per Man’s Ruin (che in campo stoner equivale al papa per i cristiani; potrei già chiudere qui la recensione!) “In The Tail Of A Comet” e le intenzioni sono chiare: vincere la sana competizione venutasi a creare con la scena stoner rock olandese (memore di gruppi del calibro di 35007, Beaver, Celestial Season, 7Zuma7). Se i connazionali Spiritual Beggars e The Quill tendevano sin dagli esordi a un eccessivo ‘settantianismo’ di fondo, i Dozer sono il gruppo che meglio ha saputo reinterpretare la lezione dei Kyuss (capitoli: “Blues For The Red Sun” e “Sky Valley”) riuscendo tuttavia a imporre col tempo un proprio marchio di fabbrica col tempo ben distinguibile. Spogliato dei voli pindarici psichedelici di Josh Homme (come invece ricalca la clone-band Lowrider), il chitarrismo di Frederik e Tommi punta maggiormente all’efficacia fuzzy di portentose bordate heavy che a tratti rimandano agli Unida (“Supersoul”, “Speeder” e “Cupola”) e, perché no, agli Orange Goblin più scurrili (“Lighthyears Ahead”). Certo, l’influenza dei Kyuss è ben marcata per tutta la durata dell’album, in particolare quando il fattore emozionale ha il sopravvento, traducendosi nelle accattivanti allucinazioni di “Riding The Machine”o “Grand Dragon”. Qui la voce di Frederik nonostante gli evidenti accostamenti a ‘mammasantissima’ John Garcia, sa ritagliarsi un suo spazio e dimostra già discreta personalità; per i 40 minuti scarsi di durata del disco non si assiste a cali di tensione ed è la magica alchimia dello stoner, con i suoi tipici cambiamenti d’umore e di atmosfere, a farla da padrone. In poche parole: un album fondamentale per capire come un genere di nicchia abbia saputo affermarsi nel vecchio continente.
Giacomo Corradi