DOZER – Through the eyes of the heathens

Diciamolo subito: questo nuovo album degli svedesi Dozer rappresenta una cocente delusione, soprattutto alla luce di quanto i nostri erano riusciti a proporre nel precedente, bellissimo “Call it conspiracy”, pubblicato nel 2003. I Dozer sono uno dei primissimi gruppi che seguì la strada tracciata dai seminali Kyuss, ergendosi a gruppo faro della colonia scandinava che nel biennio 1999/2000 invase (in senso positivo, ma anche negativo) letteralmente la scena, saturando il mercato con gruppi/dischi molto simili (per usare un eufemismo…) uno con l’altro. Col precedente album, i Dozer erano parzialmente riusciti a scrollarsi di dosso la pesante influenza ‘kyussiana’, proponendo un incendiario super heavy rock e, soprattutto, azzeccando 12 brani su 12 (mica poco, vero?).Questo nuovo “Through the eyes of heathens” riporta invece indietro il quartetto, ritornato alle prese con un sound pesantemente di marca Kyuss (specialmente nel guitar work del pur bravo Tommi Holappa) e vede i nostri cimentarsi in un classico stoner rock alternante bordate rock a brani più riflessivi/psichedelici. Si ergono sulle altre l’evocativa “Until man exits no more” (bello il giro di chitarra) e la seguente “Days of future past”, dal gusto catchy ma anche con l’ombra dei Kyuss ad opprimerne il potenziale. L’ottima “Big sky theory” conclude invece in chiave lisergica il disco, essendo una lunga ballata stoner/hard dove pesantissime porzioni rock s’incastrano a meraviglia con vellutate pause psichedeliche. Da sempre i Dozer hanno questa caratteristica di chiudere i loro lavori con canzoni su questo stile, e visti i risultati consigliamo alla band di espandere maggiormente questa soluzione. D’altro canto, canzoni come “Man of fire” e “Drawning dead” promettono sfracelli quando saranno suonate dal vivo, forti di una carica dinamitarda, ma il punto non è questo. Il punto è che da un gruppo arrivato al quarto disco (e soprattutto visti i risultati raggiunti col precedente lavoro) era lecito attendersi qualcosa di più di quanto contenuto in questo “Through the eyes of heathens”: una minestra riscaldata, suonata con grinta e classe, certo, ma sempre di minestra riscaldata si tratta.

Marco Cavallini

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