DSW – Dust Storm Warning

Non solo pizzica e taranta. Il Salento produce ben altro, oltre alla più nota musica folkloristica. D’altra parte, se dovessimo pensare al deserto, quale parte migliore dell’Italia si presterebbe a visioni di dune e miraggi di oasi? Ecco: il deserto. L’ambiente naturale in cui sviluppano le loro escursioni sonore i DSW, al primo full leght edito dalla neonata Acid Cosmonaut, dopo l’EP autoprodotto “Down Storm Watchers” del 2011 (disponibile in free download qui: http://www.jamendo.com/it/list/a87882/dawn-storm-watchers-ep se volete farvi un’idea). Il riff che introduce il disco parla di Unida, Orange Goblin, Kyuss e Spiritual Beggars, ovvero l’olimpo della psichedelia heavy. “Out Run” accelera laddove “Space Cubeship” ci fa viaggiare sui mid tempo di memoria Monster Magnet ed è subito amore a primo ascolto. Derivativi quanto vogliamo, ma se alla voce del Wolf (Ben Ward e Spice sono cugini diretti!) ci abbiniamo un sezione ritmica come quella di Fabio e Stefano, corroborata dal rifframa di Marco, allora è sempre un piacere riascoltare la musica che ci esalta, specie quando è prodotta da sincero coinvolgimento.Non tutto, però, gode di luce riflessa: “Dune”, come esplicato dalla didascalia stessa, è instrumental jam session: liberi da vincoli strutturali a forma canzone, i DSW danno il meglio. Riesce ad emergere una sintesi prettamente latina, alla maniera dei Los Natas, dove melodia e melancolia vanno a braccetto con la gli orizzonti de las pampas. Concetto ribadito nella successiva “Lonely Coyote” dove i solos di chitarra di Marco vanno a stuzzicare il jazz senza diventare noiosi. Il centro dell’album diventa sempre più dilatato, introspettivo e di conseguenza più coinvolgente. Le trame si fanno lente e si ha la sensazione di stare ad ascoltare i Colour Haze italiani (“Sherpa”), tanta è la spiritualità indotta da certi caldi passaggi. “Monkey Woman” (qualche ragazza vi ha fatto soffrire? Bene, dedicatele questo pezzo), “Rise” e “Trippin the Drill” ripassano sui territori dei bellissimi “Mantra III” e “Another Way to Shine” degli Spiritual Beggars senza macchiarsi di autocompiacimento e poi il finale è tutto della bellissima “Requiem” preceduta dalla terza ed ultima instrumental jam session “Wasteland”.
La passionalità del grunge lambisce il songwriting e il lupo per la prima volta nel disco, non va dritto di gola, ma offre all’ascoltatore altre sfumature del suo personalissimo pentagramma. Bene. Peccato che il disco sia finito proprio ora. Ma si può sempre rimetterlo da capo. O, altrimenti, soffermarsi sui disegni del libretto che accompagnano con un’illustrazione ogni singola canzone. Potreste conoscere soggeti interessantissimi come “The Devil”, “Sherpa” e “The Palnet”. Merito tutto della combriccola Acid Cosmonaut Visions. La cosa inizia a farsi decisamente interessante. Bisogna approfondire.

Eugenio Di Giacomantonio

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