EAGLES OF DEATH METAL – Peace love death metal

Quando il tuo nome è Josh Homme, non puoi pensare di mantenere l’anonimato, nonostante nei credits decida di figurare come “Baby Duck” o Carlo Van Saxon e non stai al microfono ed ai riff, ma dietro le pelli ed i crash di un drumkit. Ma questa volta non è tutto nato dalla mente del pel di carota più conosciuto dell’universo stoner rock, bensì pone radici molti anni addietro rispetto all’uscita di “Songs for the deaf”: è l’amicizia – come in molti casi – che permette la nascita di simili progetti. Gli Eagles of Death Metal sono capitanati da quell’omino coi baffi da sparviero ed il cantato che ricorda Plant, Little Richards, Elvis e tutta una generazione di icone del rock’n’roll a metà strada tra l’Atlantico ed il Pacifico: Jess Hughes.Gli EODM hanno una missione nella vita: il rock’n’roll, nelle sue forme grezze, sudate, calienti, festaiole e lo fanno rendendo omaggio alla tradizione rock US del ventennio ’50/’70, ma modernizzandolo con qualche feedback, riff stoner ed un’innata passione per il garage ed il punk’n’roll. Revivalistico, se vogliamo, ma nell’accezione più positiva e gloriosa del termine: quando nelle scene imperversano tonnellate di rapper tutti pistole e bikini, pseudo dark depressi ed innamorati di Tim Burton, punk stile Lavigne o Good Charlotte, gli EODM fanno ottimo rock e lo fanno senza pretese. “Pace, amore, death metal” ripercorre l’evoluzione stilistica del rock: blues, country, folk, punk, garage.
Inizia tutto con l’accattivante “I only want you”, primo singolo del gruppo, in cui si denota la verve ironica e ammaliatrice di Jess Hughes: 4/4 secchissimi, vocina in falsetto, gran bel riff. “Speaking in tongues” ricorda the King Pelvis che stringe la mano ai Rolling Stones, poiché se vogliamo il coretto ricorda come stile quello di “Sympathy for the Devil”: e chi è The Devil? Ma Jess Hughes, naturalmente. Il terzo brano, “So easy”, è figlio di Little Richard, mentre il quarto, “Flames go higher”, inizia con uno dei più chiari esempi di stop’n’go, forse volto a testimoniare il divertimento e la genuinità che trasuda dall’album: non ci interessa ricercare la perfezione, vogliamo solo del fuckin’rock. Blues, Led Zeppelin, batteria schematica e sintetica, tutto essenziale e “suonato”, come contribuisce il battito della mani, una sorta di metronomo naturale.
“Bad dream mama” è una miscela di melodia veloce ed incalzante, con un finale che strizza l’occhio ai magnetici sixies; “English girl” ha il fascino di una jam session, non pennate decise e sporche ed un ottimo uso della distorsione. “Stacks o’money” scoppietta di charleston e del Lou Reed più “pop”, come in “Hangin around”, tratto da “Transformer”; discorso diverso merita “Midnight Creeper”, che ci riporta al blues di Rob Johnson, Dylan nel Delta del Mississippi. “Stuck in metal” è una cover degli Stealers Wheel, e ricorda anche i Cream di Clapton ed il rock ignorante dei Ram Jam, mentre “Already died” è una ballad sofferente e lacrimosa, distorta ed ubriaca in stile QOTSA. “Kiss the devil” riprende la batteria dei grandissimi Creedence Clearwater Revival, mentre “Whorehoppin (shit, Goddamn)” presenta un assolo barbaro, in cui la chitarra è fuzz e sembra esplodere e sproloquiare.
Gli ultimi tre brani (“San Berdoo Sunburn”, “Wastin’ My Time” e “Miss Alissa”) tributano rispettivamente i T Rex ed il country folk, il black boogie con piano ed il Little Richards di Lucille.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu