EARTH – Hex (or printing in the infernal method)

Ci sono molti modi per esplorare il niente, l’assenza, l’angoscia del nulla. Con questo disco gli Earth ci insegnano una nuova strada in cui può incamminarsi il drone verso la sua ricerca dello spazio intercerebrale.Niente riff monolitici, niente distorsioni spaccatimpani, niente suoni che squarciano le membra; la direzione presa con questo Hex è quella della tranquillità sonora, che diventa desolazione sensibile grazie alle melodie ossessivamente ripetute da Dylan Carlson. Di primo acchitto proprio non sembra un disco degli Earth, viene più facilmente alla mente uno sfogo slow-country dei sigur ros, ma presto l’aria si fà ossessiva e pesante, l’attitudine alla lentezza esasperata si manifesta ed ecco che gli Earth si scorgono in mezzo al mare di distorsione che manca.
L’atmosfera (resa anche grazie allo stile dell’artwork) è quella del classico deserto fatto di coyote, di cactus e di peyote. Pezzi come “The dire and ever circling wolves” e “An inquest concerning teeth” (che spiccano per bellezza) non possono non far balzare in mente western in slow motion; i pezzi più corti basati sulla steel guitar o su tromboni e campane tubolari, invece, rendono bene immagini di laghi essicati, isolate montagne in lontananza e piccoli insetti che rovistano nelle membra di cowboy trapassati.
Questo hex è un disco che spiazzerà i puristi del drone, convincerà chi lo ritiene un genere troppo estremo e sicuramente piacerà a chi ama il deserto e la psichedelia. Togliendo le aspettative, ne rimane un ottimo disco che sotto una pelle morbida nasconde una pesantezza emozionale degna del doom più cupo, gli Earth tolgono la speranza anche dalla tranquillità.

Federico Cerchiari

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