EL-THULE – Zenit

Giunti al traguardo del terzo studio album, gli El-Thule spostano il tiro della loro proposta: dal fumoso e drogato stoner psych dei primi due dischi, la band di Bergamo muta pelle verso l’heavy di marca High On Fire e giunge a “Zenit” con un basso in meno e una voglia di sperimentare in più. Operazione riuscita in parte, perché se l’assenza di Matteo si fa sentire (il senso di vuoto che pervade le tredici composizioni del disco a volte è assordante), la ricerca stilistica – cantato in italiano compreso – non convince del tutto. La metrica della lingua non sempre si sposa bene ai riff quadrati e chirurgici, mentre permane un certo smarrimento di fronte ad un drumming dall’approccio punk e sporcato di metal, sì ruvido e polveroso eppure troppo elementare e impreciso. Piace invece il concept alla base del lavoro, dedicato all’universo e ispirato alla riscoperta dell’essenza umano-divino nella comunione tra cosmo e vita.La partenza è delle migliori: “Pulsar” e “Omega Centauri” assestano due belle mazzate, stoner cromato e d’assalto, ispirato tanto da chitarre obese stile Matt Pike quanto dalla furia di gente come Black Cobra e Winnebago Deal. La convergenza verso il doom odora di YOB e Goatsnake, spiriti che aleggiano in rallentamenti e rifrazioni acide varie. Segue un passaggio a vuoto che procura vago rilassamento, dal quale si riemerge grazie ad alcune variazioni apportare da “Quaoar” e alla bolla tonico psichedelica in cui rinchiude “Sedna”. L’episodio migliore del disco arriva con “La nube di Oort”, cinque minuti carichi e concentrati, in cui confluisce l’esperienza stoner anni Novanta con quanto di buono già espresso in “Green Magic”. Che in “Titano” e nella ghost track finale dona sottopelle qualche residuo e inatteso brivido.
“Zenit” ha il sapore di un’occasione sprecata. L’impressione che se ne ricava è la stessa che prende al cuore quando si guarda su qualche rete locale un vecchio thriller italiano di serie B: regia e fotografia eccellenti, sceneggiatura disastrosa.

Alessandro Zoppo