ELECTRIC WIZARD – Black Masses

Venite miei fanatici… È proprio il caso di dirlo: “Black Masses” è un disco per iniziati al sacro verbo dello stregone elettrico. L’incarnazione Electric Wizard nell’anno Satani 2010 è un album che trasuda in pieno lo spirito più oscuro dell’hard psych anni 70. Il discorso iniziato con “Witchcult Today” prosegue in queste otto tracce funeree e lisergiche, indemoniate e allucinate. Molti storceranno il naso, forse a ragione. La registrazione è pessima, un mix di suoni sin troppo marci che accoppia una batteria da scantinato (la si può udire in lontananza, quando ci si rilassa dal macigno dei riff), basso a tratti inesistente (ma quando compare scatta la magia), chitarre in primissimo piano, seppur spesso “zanzarose”.Tuttavia è sbagliato lamentarsi, perché gli Electric Wizard sono questo. Un gruppo che giunto al settimo disco sforna un concentrato potente e adrenalinico di furia doom, visioni orrorifiche e dilatazioni psichedeliche. Cosa chiedere di meglio? I tempi di “Come My Fanatics…” e “Dopethrone” sono passati e la band si è trasformata. Inutile reclamare a gran voce quelle sonorità. D’altronde i Wiz non hanno quasi mai avuto un filo conduttore tenuto come parametro fisso nelle loro produzioni, se non gli horror, l’occultismo giocattolo e il consumo massiccio di marijuana. “Come My Fanatics…” era diverso da “Dopethrone”, come quest’ultimo lo era da “Let Us Pray” e “Let Us Pray” da “We Live”, a sua volta differente da “Witchcult Today”. È in questi aspetti che emerge lo status di cult band. Scrivere brani meravigliosi come l’iniziale “Black Mass”, l’arrembante “The Nightchild” o la grigia ed intensa “Satyr IX” è opera da custodi di un Verbo quasi del tutto scomparso. Lo stesso si può dire per la “ballad” luciferina “Turn Off Your Mind”, un pezzo inedito e d’alta scuola, il colpo di tacco che viene fuori solo ai Maestri (di cerimonie).
L’unico passaggio a vuoto è nella conclusiva “Crypt of Drugula”, piuttosto inutile. Per il resto i riff, gli intrecci di chitarre, le melodie malsane di “Venus in Furs” e “Scoprio Curse” mettono i brividi (seppure si dimori nel regno dell’autocitazione) e la cattiveria di “Patterns of Evil” è un agghiacciante gioco al massacro. “Black Masses” è come una droga: all’inizio si è scettici, appena ci si entra dentro uscirne è davvero difficile. Presumiamo sia proprio questo l’effetto cercato da Jus e soci. Ne prendiamo atto e sanciamo la nostra “addiction”.
“Acid burns your mind, you will never find, only darkness inside, turn turn off your mind…”.

Alessandro Zoppo