ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY – Cloud Eye

La bellezza di un disco come “Cloud Eye” dei palermitani Elevators to the Grateful Sky va cercata nei dettagli. L’armonica che fende il riff mortale di “Ridernaut”, i tromboni sgonfiati di “Red Mud” e lo stacco reggae/dub della title track, sono la prova evidente che ai nostri piace lavorare sulla materia fine. Dopo l’omonimo EP d’esordio del 2012, la svedese Transubstans Records (nel rooster pezzi da novanta come Siena Root e Burning Saviours) offre al gruppo la possibilità di far uscire il primo album sotto la propria ala protettiva. Il risultato è ciò che la band andava cercando: una visibilità oltre i confini del Belpaese e una distribuzione mondiale. Al netto dell’ascolto dell’album si può tranquillamente affermare che gli Elevators giocano la stessa partita di Dozer, Lowrider, 7Zuma7, i fantastici Thumlock (chi se li ricorda?), fermandosi un pochino prima che il post Kyuss diventasse altro, come hanno dimostrato Colur Haze e Los Natas. In “Turn in My Eyes” c’è l’urgenza degli Slo Burn quando psicanalizzavano la propria identità con botte da tre minuti al posto di space caravan da cervelli fatti. E lo stesso si può dire di un pezzo come “Upside Up”: vero pugno tra i denti che lascia agonizzanti. Ma la Sicilia è anche sabbia e dune, e proprio il suo paesaggio sembrano evocare le sensuali “Mirador” e “Stone Wall”. I quattro suonano con un piglio circolare e compatto; c’è un’intesa immediata ed emerge chiaro lo stile del bravo Giorgio, il chitarrista, che distribuisce equamente il suo talento tra la ricerca di riff originali (“Turn in My Head” paga un po’ troppo il pegno ai QOTSA, come “Sirocco” lo paga al Bjork solista, attenzione!) e assolo puntuali e mai ridondanti. Tutto questo al fine di divertirsi, sia chiaro. Come indicano loro stessi: “It’s only a storm in a teacup. Ride your way, look at the sun and fun with Elevators to the Grateful Sky!”.

Eugenio Di Giacomantonio