FATSO JETSON / FARFLUNG – Split

È l’umiltà la qualità migliore dell’individuo. Con umiltà Mario Lalli ha costruito una carriera lunga circa trent’anni. Dagli Across the River fino a Fatso Jetson e Yawning Man, il buon Mario ha prestato il suo talento in maniera silenziosa, costruendo, di fatto, le fondamenta del desert sound. Poi qualcuno ne ha goduto e ci si è arricchito. Non Mario e compagni. Loro continuano a scrivere belle canzoni e a lavorare nel ristorante di famiglia, inaugurato nel 1952. Del resto, di tutto il resto, non gliene può fregare di meno. È ora di tornare in pista con i Fatso con un album nuovo? Bene, ci si chiude in sala e si sfornano 10 pezzi uno più bello dell’altro (“Archaic Volumes”, 2010). Moltissime band da tutte le parti del mondo ci invitano per uno split? No problem. Non ci si dà arie da padre fondatori e si dividono i solchi con ammiratori e fratelli di sangue (Fireball Ministry, Herba Mate, Oak’s Mary, Yawning Man).
Ultimo in ordine di tempo è questo split con altri born loser eccellenti come i Farflung, band seminale nel dare senso alle parole space rock americano. Due pezzi per band, un lato per ognuno ed il gioco è fatto. “Taking Off Her Head” è di una bellezza incantevole. Un riff à la Brant Bjork (dobbiamo ammetterlo: anche fuori dalle pelli il buon Brant ha il suo stile unico) introduce un pezzo che gronda Desert Sessions e incroci di chitarre micidiali. Mario si mostra incantatore. Sia con la chitarra, sia con la sua voce, che nei ritornelli raggiungono uno spleen che appartiene solo ai Fatso. L’altra gemma, “Flesh Trap Blues”, ha un titolo ingannatorio perché col blues ha davvero poco a che fare. Sempre la chitarra è il sound generator. Qui assume fraseggi dark/occult/prog velenosi. Se vi dicessero che è un’outtake dei Sir Lord Baltimore del 1971 ci credereste. Anche se poi, alla fine, tutto brilla nella luce emanata dai Lalli’s Brothers, come nel delirio finale.
I Farflung percorrono i loro solchi nella maniera più congeniale: prendi gli Hawkwind e fottili dentro una camera iperbarica kraut. Stavolta la copula è più dolce, ammantata da piccoli tocchi di piano nella prima parte di “Jettisoned in the Rushes… Phase One” e sprofondata nell’hard psych nero ed impenetrabile di “Igneous Spire”, dove i motori tornano a ruggire e sembra di sentire in lontananza l’eco di Nik Turner. Good. Dicevamo di come l’umiltà sia la qualità migliore dell’individuo. In senso allargato è l’elemento indispensabile per costruire una reputazione di ferro, soprattutto nel rock. Fanculo a tutti i marchettari da pose social e fisici asciutti. La buona musica si scrive in silenzio, lontano dai riflettori.

Eugenio Di Giacomantonio