FATSO JETSON – Idle Hands

I Fatso Jetson sono una grande famiglia. Adesso nel vero senso della parola, dato che il buon vecchio Mario Lalli ha piazzato in pianta stabile suo figlio Dino alla seconda chitarra. Il ragazzo ha preso molto dal padre, soprattutto il modo di elaborare un suono e uno stile chitarristico che non trovano eguali. Le canzoni seguono sempre quell’amabile andamento scanzonato e gioioso. Come “Royal Family”, appunto, che ci fa tornare alla mente la meglio gioventù delle Desert Sessions, quando un joint ed il piacere di stare tra amici erano motivi di divertimento. Ma è sempre il registro stilistico dei Fatso a dettare legge, come nella bellissima e groovotica “Wire Wheels and Robots”, opener che vive di una tensione costante. A detta dell’autore, “Idle Hands” è stato un album difficile da concepire e partorire, pensato e composto in un momento duro della propria vita, in cui solo alcuni buoni amici (Mathias Schneeberger, produttore del disco) e i famigliari (il già citato Dino e la figlia Olive Zoe, che canta in metà delle tracce) sono riusciti a non far rimanere con le mani in mano la più grande pietra portante di quello che oggi conosciamo come desert rock.
In altre occasioni, qualche sorpresa fa capolino nel magma crudele e delizioso, come in “Seroquel” (yawningiana nel midollo, d’altronde gli Yawning Man restano l’altro gruppo di Mario) e nel semi spoken world ubriaco e molesto di “Portuguese Dream”, che vede alla voce il primo ospite della parata, Sean Wheeler. Il resto procede tra altissimi livelli espressivi e nell’identità originale creata dai nostri con le bermuda da surfer (“Then and Now”), i capelli lunghi da freak (“48 Hours”) e il giubotto di pelle da punk robotico (“Last of the Good Times”). Sembra che i Fatso Jetson si siano accasati in Italia (pubblica la Heavy Psych Sounds Records di Roma) a giudicare dall’amore, ricambiato, che il nostro paese dedica a questa bella grande famiglia. D’altra parte ben più di un elemento fa pensare che soltanto casualmente i Lalli si siano trovati a vivere in America: il sangue di Mario vibra per il Belpaese.

Eugenio Di Giacomantonio

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