FLEET FOXES – Fleet Foxes

Vengono da Seattle ma non sembra. Ascoltando il debutto omonimo dei Fleet Foxes – uscito lo scorso anno su Sub Pop – pare di rivivere le magie della California psichedelica o del folk cantautoriale. E invece parliamo di una band giovanissima, formatasi nel 2006 e alla sua prima uscita dopo l’ep “Sun Giant”. Il tempo si è fermato a ristagnare in un limbo in cui si riscopre il pieno senso della Natura. La purezza di colline imbiancate di neve, il cinguettio degli uccelli, un tramonto che accarezza placido il volto durante un gelido inverno. Fiabe che si alimentano e raccontano di un suono fermo agli albori. Se si dovesse parlare di influenze, i Fleet Foxes si metterebbero a ridere scandendo i nomi di Simon & Garfunkel, Byrds, Crosby Stills Nash & Young, Beach Boys. O pensando a fenomeni odierni del calibro di Iron and Wine e Grizzly Bear.Il loro disco sconta ancora qualche ingenuità (melodie che spesso si rincorrono statiche nel corso dell’album), senza tuttavia esserne carico. Perché il fascino esercitato dai cinque è innegabile e appare trasversale. Sorprende come la stampa di settore li abbia lanciati presso il grande pubblico. Che forse si troverà spiazzato dinanzi a brani magnetici e sognanti come “Sun It Rises”, “He Doesn’t Know Why” o “Meadowlark”; alla copertina, ricalcata da I proverbi fiamminghi di Pieter Brueghel; al meraviglioso video realizzato da Sean Pecknold per “White Winter Hymnal”, un’animazione in stop motion che delizia occhi e orecchie.
Cullati da soavi intrecci vocali, bucoliche chitarre acustiche e sinuose note di pianoforte, affrontiamo il viaggio dei Fleet Foxes da menestrelli alla ricerca di una nuova Frontiera. Guidati dalla simpatica sfrontatezza di questi ragazzi, interpreti – nelle loro parole – di un «pop barocco, musica da film immaginari».

Alessandro Zoppo