FLOORIAN – What the buzzing

“What the buzzing” dei Floorian è un disco da assaporare a seconda delle situazioni e dei propri tempi. Un ascolto frettoloso o poco attento potrebbe farcelo liquidare in un attimo. Troppo lungo, troppo statico, troppo noioso. Approfondendone gli aspetti ed immergendosi nelle sue atmosfere sognanti si scopre invece uno splendido universo.I Floorian sono artefici di puro rock psichedelico: il loro immaginario è segnato dalla grande opera di band quali Pink Floyd, Tangerine Dream, Spacemen 3, Bevis Frond, Dead Meadow. Ma la scrittura e l’esecuzione sono così personali da far subito dimenticare influenze o riferimenti. “What the buzzing” è frutto di un percorso che inizia alla fine degli anni ’80, si spinge fino al 2002 (anno in cui la Drigh Records pubblica la prima versione del disco) e arriva ai nostri giorni, quando la Bomp decide di ristampare l’album con l’aggiunta di due brani. L’asse fondante della band è formato da Todd Fisher (chitarre) e John Godshalk (basso, voce), ai quali si aggiungono, come in un grande trip party, Bill Spiropoulos (tastiere, chitarre), Larry Durica (batteria), Alex Lee Mason (chitarre, tastiere), Phillip Park (chitarra), Keith Hanlon (batteria), Rob Jarrett (percussioni) e Tabitha Kelley (voce). Un collettivo allargato che rimanda alla tradizione freak dello sperimentalismo e della kosmische muzik.
Le vibrazioni che emana il lavoro sono infatti impregnate dello spirito libertario ed innovatore del kraut, dello space rock e della psichedelia californiana. Solo pochi frammenti (le iniziali “Or so they say” e “Descend”, il monolite intriso di fuzz “Symptoms alone”, la lisergica e ‘barrettiana’ “Alt. 11”) esplodono in accecanti fiammate acid rock, nella migliore vena di Quicksilver – ieri – e Dead Meadow – oggi -. Altrove prevale una vena atmosferica (“Overruled”), minimalista (“Heavium” evoca lo spettro dei Velvet Underground), sottilmente oscura, al limite della drone music (“Auravine”) e a tratti mistica, dal piglio folk (“Aether spill”, “Waiting for it”). La sottile linea che attraversa tutti e 70 i minuti di durata è dunque una tensione ipnotica, che trova sfogo in loop, chitarre ed effetti davvero stranianti. Una scelta che ha il suo definitivo compimento nella conclusiva “Somic”, sogno che si trasforma in musica.
Occorre un giusto approccio per affrontare un disco del genere. Una volta trovata la chiave adatta vi si spalancheranno le porte per il mondo dei Floorian, un microcosmo dove la parola d’ordine è una sola: psichedelia.

Alessandro Zoppo