FU MANCHU – No one rides for free

Meno di mezz’ora è il tempo che occorre ai Fu Manchu per ritagliarsi uno spazio di grande visibilità all’interno della scena stoner rock. Siamo agli albori del movimento, in parte revavilistico, in parte innovativo, che poi si ramificherà e sarà costellato da centinaia di gruppi amanti del suono dei ’60 e ’70. È inutile parlare di stoner senza andare a pescare i Kyuss: è infatti merito del buon gusto del batterista Brant Bjork, che decide di produrre questi 4 ragazzotti del sud California, amanti di skate, donne, muscle cars, van e pick up. Inizialmente non si sarebbero dovuti chiamare Fu Manchu (nome di un personaggio della letteratura cinematografica, noto per la sua efferata malvagità ed interpretato da attori come Boris Karloff e Peter Sellers, una sorta di genio del male in stile Fantômas di De Funes), ma Virulence e suonavano hardcore punk. Tra batti e ribatti abbiamo i vari avvicendamenti nella composizione del gruppo che decide di mollare i Black Flag e buttarsi sull’hard rock acido e graffiante di mostri sacri quali Blue Cheer e Hendrix, con un orecchio riverso anche al Detroit rock di Stooges e MC5. Lo ripetiamo: è imprescindibile ascoltare stoner senza conoscere questi quattro artisti, quindi se dovessero mancarvi rimediate in fretta, o non siamo più amici.La vecchia amicizia con l’hc punk si intravede nella durata del lavoro e di singoli pezzi, ma per il tipo di suono adottato è stoner al 100%. I Fu Manchu rappresentano quella scuola stoner meno affascinata dai passaggi lisergici e dalle suite psichedeliche (come invece accade per Kyuss, Monster Magnet, Los Natas) ed invece punta su riff energici, secchi, vibranti e veloci, così come i giri di basso sono un continuo turbinio di potenza e giri carichi di groove, la batteria è sincronizzata e carica di effetti che faranno parte di un bagaglio cultural musicale che si porteranno dietro molti gruppi a venire, come i Nebula o i 7Zuma7. Infatti Ruben Romano userà costantemente un certo tipo di suono (lo troveremo anche del drumkit di Bjork o di Castillo nei QOTSA), ossia una sorta di campanaccio da 8″, in contemporanea a crash e rullanti: è uno degli elementi che differenziano i grandi gruppi dai seguaci.
Seppur si tratta di sole otto tracce di breve durata, sono presenti tutti gli elementi che poi verranno sviluppati e messi a fuoco gradualmente nei dischi successivi, sino a giungere al capolavoro del 1996, “In Search of…”. Riff alla Hendrix, potenza alla Blue Cheer, cantato cadenzato e ritmato come quello di Scott Hill, che diventerà uno dei marchi di fabbrica dei Fu Manchu, per non parlare della coinvolgente e massiccia produzione alla chitarra, soprattutto quella solista del grandissimo Eddie Glass (il quale poi formerà i Nebula). Glass è costante nel rendimento per tutto il disco ed è capace di buttare giù melodie in maniera incessante, passando dal fuzz più marcio, al vibrato, al bending per poi ricorrere all’effettistica tipicamente vintage anni ’60 (wah wah su tutti).
Non c’è un punto di riposo in tutto il disco, il tiro è micidiale e altissimo dal primo all’ultimo brano: dall’apripista “Time to Fly” all’ultimo brano “Snakebellies” è un continuo alternarsi di velocità e frenesia, dettata dalla continua e spasmodica ricerca dell’adrenalina, l’amore per le corse in autostrada come metafora di vita: osare sempre, fermarsi mai. È un ricambio generazionale che vede i suoi maestri di vita in Russ Mayer, Jack Kerouac e Supercar, vivendo al massimo e con il piede sull’acceleratore. L’unica traccia, se vogliamo, fuori posto è “Free and Easy (Summer girls)”, ballad surf, molto soft e acustica, melodica e divertente.
Quindi allacciate le cinture, scaldate il motore, mettere un braccio fuori dal finestrino e partite sgommando, it’s time to fly!!.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu

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