FUCKVEGAS – Fuckfuckvegas

Parlare di prodigio nostrano può apparire azzardato quanto coraggioso, ma trovandosi davanti ad un album come ‘Fuckfuckvegas’ qualche parola a riguardo vale la pena di spenderla. Il turbinio sonoro dei FuckVegas, fiorente e promettente quartetto lombardo, affonda le proprie radici in un sound che volge l’orecchio a sonorità di stampo ‘seattleiano’, ben condito da elementi stoner, noise, doom e addirittura elettronici. Ma andiamo in ordine. Bastano trenta minuti scarsi suddivisi in sei tracce per permetterci di capire che la band ci sa fare, senza troppi fronzoli o presunzioni (tant’è che ai nostri baldi giovani poco importa l’essere etichettati in un genere definito), l’intento è quello di fare buona musica e la vera soddisfazione sta nel fatto che pare sia quello l’effettivo risultato.L’esordio si apre ronzante, stridente e accattivante con l’efficacissimo riff di ‘Fu’ che ben indirizza verso la direzione che l’album prenderà lungo il percorso e poco ci vorrà ad accostarli alle sonorità in stile Fu Manchu, grezze e bollenti, fedeli al torrido clima desertico della California. I ritmi si dilatano poi nella più languida ‘You Fall Alone’ composta da sfuriate sporadiche e voce dapprima flemmatica e poi acida, aspra e urlante. L’ottimo lavoro alla batteria cadenza il tutto con vigore possente, l’energia non manca e scorre lungo le vene fino a ‘Drop a Line’ e oltre, che tanto richiama le crepitanti sonorità alla QOTSA e vede alla chitarra Giulio Favero, già noto come bassista de Il Teatro degli Orrori e chitarrista dei One Dimensional Man. L’album si divincola e continua a fuggire, stavolta rincorrendo suoni addirittura elettronici che si amalgamano follemente a cambi di ritmo ben connessi tra loro, lasciando sgusciare linee di basso precise ed impertinenti: è la volta di ‘The Real Show’, la quale funge da apertura alla suite di 10 minuti, vero fulcro dell’album. ‘3 Years Hold’, partendo da un gioco di parole si addentra in un viaggio psichedelico e desertico, strizzando l’occhio a un doom stoner con i fiocchi che mai stanca od appiattisce gli animi. Basso e batteria si inseguono in desideri sonori, in una ricerca morbosa, tra la quale trova spazio anche la chitarra con linee naturali e talvolta paranoiche, degne di una signora traccia che mai appare lunga o esagerata. Ma non è finita qui, usciti dal tunnel allucinogeno i quattro pensano bene di darci l’ultima botta con ‘I Didn’t Mean It… It’s a Crime’ nella quale sbuca una chitarra di matrice noise che, come nella traccia d’apertura, si rivela efficace, diretta e stabile.
Non è un caso che spesso gli album come questo si scoprano per caso, sta di fatto comunque che i FuckVegas hanno centrato il bersaglio e questo è già abbastanza per accreditargli la fiducia meritata, nella speranza che questa buona musica continui ad uscire dai loro amplificatori, evolvendosi e ricercando ciò che, speriamo, venga colto con l’entusiasmo dovuto.

Annet

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