FUNGUS – The Face of Evil

Musica atavica e sognante. Un cammino di ricerca dentro se stessi a cercare il significato delle cose più profonde. Il rapporto dato dalle giornate buie dell’esistenza per realizzare il proprio destino. Questa è la faccia del male, l’ombra della luce, nei dominii della preesistenza. Al terzo album i liguri Fungus si presentano con un lavoro che cerca di intraprendere il viaggio verso la mappa emotiva del’uomo del nostro tempo: “…una creatura meravigliosa che si è fermata a guardare una vetrina, ma che si sta rendendo conto che ha un appuntamento con se stesso” (dall’intervista esclusiva che potete leggere qui: http://athosenrile.blogspot.it/2013/09/fungus-face-of-evil.html). Il grado emozionale è altissimo e il coinvolgimento in queste trame oscure, eppur pacifiche, è dato soprattutto dalla bravura di Dorian, il cantante, che nella title track e in “The Great Deceit” impugna la materia heavy per ampliare il senso di profondità uditivo. E ci riesce benissimo. La band al seguito, bravissima, è attenta a ricamare arabeschi Canterbury nel pathos temporale floydiano. La distorsione, ad esempio, è dosata con tale parsimonia che intuiamo un atteggiamento di ricerca soprattutto nelle sospensioni piuttosto che premere sull’acceleratore.
Il dialogo esistente tra tastiere, chitarra e trame melodiche è costruito su equilibri dinamici e i ragazzi hanno assorbito talmente bene la materia rock che le contaminazioni tra hard, prog, folk e psych risultano prive di confini materici. “The Key of the Garden” è esemplare nel tramutare in oro hard seventies la paglia folk. La successiva “Share Your Suicide Part III” è quasi sigla da Twilght Zone (o meglio Ispettore Derrick, per quel theremin che riporta subito alla mente l’ignoto malato), mentre “Requiem” si abbevera dalla stessa fonte dei Witchcraft seppur con soddisfazione diversa. “The Sun”, a sorpresa, non è epilogo a battito cardiaco lento, bensì nuovo inizio, una fenice in festa hammond e flauto che dopo un intro da ballad esplode nei colori del giardino dell’Eden. Mirabili, puntuali e precisi. Da sempre Black Widow è sinonimo di garazia. Blood Rock segue a ruota. Se aggiungiamo una vena DIY che scorre nelle nostre band in fase di registrazione, produzione e immagine coordinata, fra 30 anni si dovrà parlare per forza delle rock band italiane di questo periodo come noi parliamo oggi di PFM, Banco, Osanna, Orme, Rovescio della Medaglia e via di seguito. Di questo ne siamo sicuri.

Eugenio Di Giacomantonio