GHOST – Infestissumam

“Infestissumam” è il secondo album degli svedesi Ghost, attesi al varco dopo la qualità e il successo del debutto “Opus Eponymous”. Apriamo subito una piccola parentesi: da subito l’anonimo quintetto è stato inserito in quel calderone che per comodità tutti chiamano “70’s doom”. Del resto i nostalgici di quegli anni (che si ergono sempre a saputelli della materia) appena sentono un organo e delle tastiere, non attendono un attimo a sentenziare che un gruppo dei giorni nostri guarda esclusivamente ai Sixties/Seventies. In realtà i Ghost appaiono piuttosto come una versione riveduta e corretta dei Mercyful Fate, e se date un ascolto attento alle loro composizioni e non vi fermate all’etichetta appiccicata addosso ai nostri di “followers” degli anni 70, vedrete che vi sarà possibile avvertire questa stessa sensazione. Detto questo, “Infestissumam” non sbaglia un colpo, e rispetto a tutto il resto della “ciurma” ad essi avvicinata, i Ghost non hanno una, ma due marce in più. Un disco che riesce ad essere “melodico” e di facile presa nonostante l’aura gotica e orrorofica che aleggia onnipresente in ogni suo brano; cori gregoriani, organi sconsacrati, hammond antichi e synth catacombali sono un continuo amalgama con chitarre heavy che elaborano riff ed atmosfere che riecheggiano sovente il mito danese citato prima, e la voce suona tanto mefistofelica quanto melodica. L’esempio perfetto di quanto detto è la quinta traccia, “Ghuleh / Zombie Queen”, un’unica canzone divisa in due parti dove la prima è una macabra ballata nera seguita dalla seconda poggiante su un catacombale horror metal. Le altre chicche sono poste in conclusione dell’album, con la doppietta “Depths of Satan’s Eye” (Mercyful Fate al 100%) e la gotica “Monstrance clock”, che chiudono in un cerchio sabbatico un album candidato alla top ten annuale.

Marco Cavallini