GOLDEN PIG ELECTRIC BLUES BAND – Golden pig electric blues band

Seattle è da sempre terra di grandi promesse, a partire dagli anni ’60 fino all’esplosione del periodo grunge. Dopo un periodo di notevole flessione oggi sembra che qualcosa stia ricominciando a muoversi, grazie soprattutto ad agguerrite formazioni che si dibattono nei meandri oscuri dell’underground. Proprio dalla “Emerald city” ci arriva il primo full lenght della Golden Pig Electric Blues Band, gruppo che a dispetto del nome non è una big band ma un terzetto che propone uno stoner doom venato di blues e sapori psichedelici.
I nove brani che compongono questo dischetto non brillano certo per originalità (gli stilemi di Black Sabbath e Pentagram si fanno sentire eccome…), ma riescono a colpire nel segno attraverso un songwriting ispirato e un piacevole gusto per la melodia. Joe (chitarra) e Jerome (batteria) si alternano alla voce, ma se il secondo piace per i suoi toni sognanti e quasi ipnotici, il primo lascia leggermente a desiderare a causa di una staticità fin troppo eccessiva, specie nelle iniziali “Born again” e “Vol. IV” (se non è un tributo ai Black Sabbath questo…). La formazione è completata da Eric al basso, propulsore ritmico capace di donare una marcia in più insieme ad un drumming altrettanto dinamico. Tuttavia è negli episodi più liquidi che i tre mostrano la loro vena migliore: due perle come “Lightyears” e “Prophecy of doom” (registrata dal vivo) si agitano tra scosse “sabbathiane” e fraseggi psichedelici, cavalcate elettriche e vibrazioni paralizzanti. Intelligenti sono anche gli inserimenti d’armonica in “Some violet” e “Old man of the woods”, brani dove le parti vocali richiamano alla mente le visioni fumose dei dimenticati Naevus mentre l’aggressività di chitarre e ritmiche paiono prese in prestito dagli Orange Goblin.

Come primo passo non è male, la Golden Pig Electric Blues Band dimostra carattere e voglia di fare. Personalizzando la propria proposta riusciranno di sicuro ad uscire da un sottobosco che a poco a poco si sta sempre più infittendo. D’altronde la cover di “Tomorrow never knows” dei Beatles è un segno evidente di proiezione verso il futuro con un occhio costante al passato…

Alessandro Zoppo

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