GOLDEN PIG ELECTRIC BLUES BAND – Hitchhicking to Oblivion

Provengono da Seattle e ci avevano ben impressionato nel 2003 con l’omonimo disco d’esordio. Parliamo della Golden Pig Electric Blues Band, power trio che torna a deliziarci con un misto di stoner, doom, hard classico, blues e psichedelia. “Hitchhicking to Oblivion” è dunque il secondo lavoro, uscito sempre sulla propria Heavy Hermit Records. Un cd che ci riporta a sonorità e sapori antichi, esoterici e affascinanti. Jerome (batteria, voce), Joe (chitarre) e Eric (basso) conoscono bene la materia, scrivono pezzi che scorrono via tosti e piacevoli, eseguono il tutto con la giusta perizia tecnica ed il dovuto groove. L’autostop verso l’oblio riesce per loro e per noi ascoltatori, ammaliati da un sound così variegato.Il disco si può dividere in due parti di cinque brani ciascuna. La prima è molto oscura, lavora sull’impatto e l’atmosfera, macinando buio e durezza, ombre e toni minacciosi. L’influenza di Black Sabbath, Pentagram, Spirit Caravan e Naevus la fa da padrona. Nonostante l’inizio acustico della title track, “Funeral Wizard” è una mazzata raggelante ravvivata solo nel finale da un’apertura ariosa. Gli oltre sette minuti di “The Longhair” sono un trip notturno in un fitto bosco, “Grown Old” accelera di poco i ritmi allentando la tensione, “The Basilisk” è l’ennesima dimostrazione psych doom suonata con piglio e determinazione (l’inserto di armonica è delizia per le orecchie).
Di qui in poi il disco cambia, l’oscurità lascia spazio alla luce. Fa da ponte per le due ‘sezioni’ del lavoro “Apehanger Messiah”, riff torbido che scuote le viscere fin nel profondo. “Born to lose, nothing to prove” è un inno da dropout: melodia appiccicosa, slide torrida e hard blues da highway polverosa. “The Finger” prosegue su questa stessa strada con il suo solare southern rock, “Carry On/Questions” è il tributo della band agli anni ’70, meravigliosa cover da un classico del repertorio di Stephen Stills (periodo CSN&Y, riascoltate “Déjà Vu” per favore). Il viaggio si conclude con i dodici minuti di “Electric Wind”, chitarre ‘sabbathiane’ in bella mostra e un hard ancestrale che lascia un profondo senso di inquietudine.
Davvero un gran bel disco “Hitchhicking to Oblivion”. Lunga vita al maiale d’oro!

Alessandro Zoppo