GOOD WITCH OF THE SOUTH – Turn

Un’altra mazzata al panorama stoner rock europeo viene assestata dalla Germania: questa volta il merito di ampliare la gamma di band intelligenti e dedite a questo particolare genere va ai Good Witch Of The South, cinque ragazzi la cui immagine bonaria ed inoffensiva (guardare la foto all’interno del cd per credere…) cozza contro la potenza e l’originalità della musica proposta. Ci troviamo infatti al cospetto di un rock che si colora di stoner, punk, sludge e doom in eguale maniera, facendo prevalere alla resa dei conti uno stile personale, melodico ma al tempo stesso dannatamente corrosivo.
Già attivi dal lontano 1996 con il progetto Dampfmaschine, passati attraverso diversi ep ed un’intensa attività live al fianco di ben più note realtà come Atomic Bitchwax, Dozer, Gluecifer e Karma To Burn, queste simpatiche canaglie sono riuscite nell’intento di produrre un disco essenziale, d’impatto, asciutto ma mai banale, condito di brani dal gran tiro che centrano sempre il bersaglio senza mai strafare o risultare ripetitivi.

I Good Witch Of The South hanno le idee chiare e lo dimostrano piccoli gioielli come l’intrigante “Anybody knows” e la dinamica “Becky slater”, preziose schegge che pagano dazio ai Queens Of The Stone Age con le loro armonie contorte e le loro deviazioni robotiche. L’iniziale “Did it”, la nervosa “Neva” e la travolgente “Bog war” chiamano in causa tutta l’irruenza punk che caratterizza gli episodi isterici dei QOTSA e dei Mondo Generator di Nick Oliveri, mentre la scaltrezza della band esce allo scoperto in tutto il suo splendore quando su trame ipnotiche e dall’incedere possente si innestano delle vocals cupe ed evocative, a metà strada tra Jim Morrison e Glenn Danzig (“El camino”). Ma non è ancora finita: tanto per rimarcare la vena multiforme che rende così ricco il loro songwriting, nella seconda parte del disco compaiono momenti sludge come “Spill the wrecking crew” e “Bloodbath”, tracce marce e “sudate” che si tingono del marchio di fabbrica targato Down e Eyehategod. “Sweed” invece si abbevera alla fonte del garage noise, per poi introdurre con furbizia le sorprese conclusive: “Through the havoc” mischia agilmente psichedelia, punk e metal con la versatilità propria dei Clutch, la strumentale “Deaf metal theme” saluta l’ascoltatore (non prima della divertente e rumorosa ghost track…) con riff circolari e stranianti deviazioni elettroniche.

“Turn” è un disco da vivere istante per istante, a volume elevato e senza mai una pausa. “By the time the road fell apart, we’re turning in, hit the gas and start”…

Alessandro Zoppo

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