HEADS, THE – Everybody Knows We Got Nowhere

Per invertire una rotta non necessariamente bisogna fare tutto il contrario di quello che si è sempre fatto, si può ottenere lo stesso risultato facendo le stesse cose, ma modificandone la forma facendo capire a chi è diffidente che malgrado faccia bene ad esserlo, potrebbe anche non aver visto tutti i lati di una determinata questione, persona, argomento, genere musicale. In questo determinato caso: genere musicale. Stoner rock o acid rock o psych rock moderno da molti additato come semplice e banale revival ’70. Intendo gente come Monster Magnet, Kyuss, 35007, The Heads. In questo determinato caso: The Heads.Nascono in Europa: patria della psichedelia elettronica. Crescono influenzati dal kraut e dallo psych inglese ma contemporaneamente coltivano una forte passione per quello più pesante di natura americana. Esordiscono negli anni in cui il revival di certe sonorità tanto care ai vari Hawkwind, Quicksilver, Hendrix e gentaglia connessa si stava affacciando sulla scena musicale mondiale con i gruppi sopra citati, ma i nostri non hanno molta fortuna, o forse non ci hanno creduto abbastanza e rimangono in ombra. Il loro errore di partenza è stato fare troppo revival senza pensare che i tempi moderni avevano e hanno bisogno sempre di qualcosa di nuovo, anche solo in minima parte. Il ‘già sentito’ è un ostacolo difficile da superare in un periodo in cui tutto o quasi è stato esplorato. Le loro uscite si dividono in quintalate di singoli ed ep che poi vengono sistematicamente raccolti insieme per creare album, difficile risalire alla loro discografia ufficiale. Grande revival certamente, nulla da dire su questo ma purtroppo sorge spontaneo un ‘già sentito’, e chi era già diffidente si auto conferma di essere nel giusto.
Ma per nostra fortuna, e per nostra intendo di noi che non ci fermiamo alle prime apparenze, si sono decisi a fare sul serio. Questo non è altro che l’ennesimo loro album creato riunendo pezzi di vari ep, alcuni addirittura di quattro anni prima ma questa volta non fanno un semplice best of: vogliono invertire la rotta. E non fanno tutto il contrario, su 16 pezzi sono inseriti dieci precedentemente pubblicati ma modificati aggiungendo materia sonora a cariole, mettendoci impegno, facendo vedere che in testa hanno bel altro di un banale revival. Hanno in testa di far vedere come la psichedelia sia un genere senza fine, più ne metti e meglio è, i suoni non bastano mai… dajje ggiù de brutto fratè.
2000: “Everybody knows we got nowhere”. Il disco che incarna l’idea di psichedelia. Tempeste interstellari, sovraincisioni al limite del multitraccia, esagerazione, totalità, ipertrofia-distorta, carta vetro per la corteccia cerebrale, seghe a nastro per neuroni, pantografazione di centri nervosi, macine per materia grigia: campionamenti ambient dal rumore marino a quello del vento inseriti sotto (o sopra, impossibile dare una posizione) chitarre acide e distorte all’inverosimile, uno sopra l’altro sino ad arrivare ad un impasto sonoro che per essere decifrato in ogni minima parte ha bisogno di essere ascoltato centinaia e centinaia di volte, per non dire migliaia.
Come tutte le cose migliori per capirlo bene bisogna andarci a fondo, non ci si può fermare ad una prima impressione o a un approfondimento sommario; le cose buone vanno studiate in ogni minimo dettaglio per poter dire di averle capite nella loro totalità. Può piacerti un lato di qualcosa ed un altro può farti vomitare, ma se non riesci a trarne la somma esatta di ogni lato, allora sei in alto mare.
Non un ritornello, non un riff lasciato da solo per più di 20 secondi, nulla di facile in questa composizione: tutto maledettamente complicato ed esagerato al limite, più di così poco si può fare; e se si fa di più si cade nel rumore assoluto. La crema, o il nocciolo, o il nocciolo cremoso della questione è che si fermano là: precisamente alla linea di confine, dondolano sul precipizio e sa la ridono di gusto, un equilibrio degno di un trapezista. Impossibile delinearne un ritmo, o segui la batteria o segui la distorsione della prima chitarra, o della seconda, o della terza, o del basso, o del synth numero uno o due o tre oppure fai a caso. Lo ascolti una volta alla settimana, ed ogni volta segui qualcosa di diverso. Prima di aver ascoltato per bene questo disco ci metti un anno: un disco che non finisce mai, come i lecca-lecca di Willie Wonka. Totale, impareggiabile. Una pecca ce l’ha: è fuori stampa, e non li becchi neanche se ti spari in un coglione davanti a Simon Price, per cui tante grazie a Rocky.
Feed your Heads.

Pier “porra” Paolo

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