HERMANO – …Into The Exam Room

Stando alle note di presentazione presenti sulla copia promozionale di “…Into The Exam Room”, ci troviamo di fronte al lavoro più introspettivo ed emozionale mai prodotto dalla band californiana, un lavoro proveniente direttamente dal cuore, che testimonia la crescita e la maturità dei Nostri. Si prosegue verso i sentieri battuti dal precedente “Dare I Say”, album datato 2004, in cui l’elemento stoner iniziava a venir meno, lasciando sempre più spazio ad un ottimo rock fresco ma fedele alla linea. E non ci riesce difficile da credere, considerando la presenza della quale la band s’avvale dietro al microfono, ovvero Mr John Garcia (Kyuss, Slo Burn, Unida). Terzo capitolo della saga Hermano, un album fortemente sentito, questo è ciò che trasuda da ogni singola nota del disco, con l’inconfondibile voce del Maestro sempre al top della forma, dalla qualità cristallina sia nei suoi ululati di kyussiana-memoria, sia negli altri momenti, in cui fa spesso uso di soluzioni in falsetto.L’album è stato registrato in diverse romantiche location in giro per gli States: nel deserto californiano, vicino ai grandi laghi dell’Ohio, nel profondo sud della Georgia e nelle praterie del Kentucky. Ed è come se fosse possibile respirare tutte queste atmosfere differenti, in un modo o nell’altro: sentire il caldo torrido del deserto, la serenità nostalgica dei laghi, il brusio degli animali nelle praterie, e così via…
Gli episodi più riusciti di questo platter sono, a mio avviso, “Left Side Bleeding” e “Hard Working Wall”, la prima imparentata direttamente col deserto, la seconda manifesto di una band capace di proporre dell’ottimo rock nel 2007 con la spontaneità di un tempo lontano, e con delle melodie emozionanti e coinvolgenti. Il disco può essere poi suddiviso in due parti: una aggressiva/andante ed una dolce/introspettiva. Nella prima parte compaiono la opener “Kentucky”, la groovy “Exam Room”, le trascinanti “Don’t Call Your Mama” e “At The Bar” e la polverosa “Our Desert Home”; la seconda parte è invece composta da canzoni prettamente soft, a partire dalla southern-ballad “Dark Horse II”, passando per la dolcezza elettrica di “Out Of Key, But In The Mood”, gli umori latini di “Bona-Fide”, l’acustica “At The Bar” e la conclusiva “Letters From Madrid”, breve congedo affidato ad un angelico coro, e nel quale fa capolino un ispirato assolo di chitarra.
Forse l’unico vero limite di quest’album è la presenza di troppi momenti soft, ma d’altronde che si trattasse di un album introspettivo era già stato detto. Un lavoro che non cambierà la storia del rock, ma che si lascia ascoltare piacevolmente senza mai essere colpiti dalla skip-syndrome. Complimenti agli Hermano.

Davide Straccione