ILLOGO – When Liquids Stay Dry

Sarà ormai forse l’età, ma ricordo bene quel periodo in cui alcune formazioni del metal estremo iniziavano ad infrangere tabù nella musica ‘pesante’ dirigendosi verso la sperimentazione. Dobbiamo partire attorno alla metà degli anni 80 (diciamo grosso modo dopo le sfuriate nwobhm e post-punk), periodo in cui iniziano a compenetrarsi le culture del thrash/death, della musica industriale, del doom, del noise rock, del crust punk: da qui sgorgano i numerosi rivoli che porteranno alle definizioni di generi e sottogeneri che adesso si utilizzano regolarmente.Va da sè che ognuno è libero o meno di utilizzare certe terminologie, e probabilmente si tratta solo di uno schematismo intellettuale collocare in una fase temporale la nascita di qualcosa di nuovo, ma rimanendo nel nostro piccolo ambito musicale, la parabola del gruppo che usa come nome un’immagine impronunciabile (e per questo ribattezzata solo per comodità convenzionale Illogo) mi ha destato da un sogno. E ve lo spiego perchè: si sono formati nel ’95 come band death/black metal, e come i loro precursori di 10 anni prima, erano già musicisti aperti e attenti a quello che ruotava oltre la loro proposta. Inizialmente si chiamavano Grendel’s Cave e rilasciarono “Decadenza”, poi il cambio di simbologia nel 2000 e la continua progressione verso la maturità, con in successione “R.A.M”, “Cerebrale Scarlatta” e “Isteresi”, finchè non si arriva al 2007 a “When Liquids Stay Dry”, partorito via Alkemist Fanatix/Uk Division, un album semplicemente superlativo.
Non cercate tecnica (che c’è) sopraffina, non cercate sperimentazione (ce n’è parecchia) per il gusto di spostare ad oltranza un ipotetico limite, e non cercate la pesantezza (e c’è pure questa) cinica dell’ultima battaglia campale della Loudness War. E’ uno di quei dischi ermetici che nascono da un’esigenza artistica, espressiva e basta.
“Ogiva” è una intro misterica di basse frequenze pronta allo scandaglio psicologico che si arresta di fronte all’impenetrabile (e splendida) mescola di “Inaudita Altera Parte”, ossia death progressivo, sludge, post core e avantgarde rumoristica dalle vocals grind (sia in screaming che in growl). La title-track è uno dei numerosi masterpiece di questo dischetto, e affoga i Neurosis di ‘Times of Grace’ nei liquami death/sludge di un’umanità sconfitta a cui non rimane che l’isolazionismo come unica oasi per fuggire dal terrore… se non fossero altro che gli innesti del narrato e gli equilibri post rock-psichedelici ad alimentare la tensione!
“Retina-Scan” è un esemplare brano di post-doom tribale/sperimentale, e gli Illogo sono magistrali nel visualizzare in soggettiva affreschi industriali; dopo “Impercettibile” – effettato intermezzo con voci che scaturiscono da un ipotetico ‘doppio’ di Hoffmann (scegliete voi se Albert o Ernst Theodore Amadeus) – “Krome Anagram and Silver Bodies” cementifica ancora il noise con il post/deathcore (ma senza sfuriate di claustrofobica velocità).
L’avantgarde doom di “Stellar” ci trascina sulla superficie di Kadath, unica dimora che permette alla mente di essere la padrona assoluta, e in “Cenere” lo sperimentalismo tocca l’apice del disco, con le sue fluttuanti nenie etniche in lingua siciliana.
Ci sono ancora “Agonia delle Intenzioni” (death/doom/sludge progressivo) e gli ultimi 8 minuti dei tribalismi cyber-psych di “Logica”.

Roberto Mattei

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