IMOGENE – Imogene

Nel materiale promozionale che accompagna il disco d’esordio degli americani Imogene, la band si diverte ad auto definire il proprio sound. Escono fuori accostamenti simpatici del tipo Pink Sabbath, Doorphine o Radio Queens of the Stone Head. Citazioni che in realtà colgono solo alcune delle svariate sfumature che arricchiscono lo spettro sonoro presente in questo disco. Ad un ascolto approfondito infatti sono le lievi e stordenti derive neo psichedeliche di Masters of Reality, Dead Meadow e The Black Angels a risaltare di più nel magma della band di Los Angeles.Un rock trasversale, capace di rilassare e aggredire, far sognare e risvegliarci all’improvviso. Delicato quanto graffiante, dominato dalla pacatezza delle ritmiche (CJ Cevallos al basso, Andy Campanella alla batteria), dalle chitarre liquide e dalla voce vellutata di David Melbye e dal piano di Gabe Cohen. Ed è proprio il fender rhodes il tratto distintivo degli Imogene, elemento che rende le composizioni ancora più ‘morbide’ ed oniriche. Brani come “Happy communing”, “Wormwood raindrops” e “Dark room” fanno davvero rivivere lo spirito dei Pink Floyd aggiornandolo ai nostri tempi, nei quali rallentare i tempi invece di produrre e consumare appare impresa titanica. “Not to be” e “Wasteoids” strizzano l’occhio al pop con una serie di melodie catchy ma mai mielose, “Paper dolls” e “Daath” giocano invece la carta del riff ‘cavernoso’ tendente allo stoner, colpo che riesce alla perfezione. Ma dove gli Imogene dimostrano tutte le proprie qualità è in “Sunny day child” e “Tongue and groove”, le due song chiave del disco, dove emerge il miglior lato compositivo dei quattro: psichedelico, hard, groovy, armonico.
È su questo tracciato che gli Imogene devono proseguire. La formula funziona e le atmosfere evocate sono tanto efficaci quanto magiche. Attendiamo fiduciosi un nuovo disco e, perché no, un tour in Europa.

Alessandro Zoppo

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