INTER ARMA – The Cavern

A distanza di solo un anno dall’acclamato “Sky Burial” tornano gli Inter Arma con il mastodontico EP (!) “The Cavern”. Un’unica traccia di oltre quarantacinque minuti, una lunga, lenta e inesorabile discesa dentro l’abisso che rappresenta idealmente la caverna. Seppur non si può considerare il diretto seguito di “Sky Burial”, essendo comunque una composizione scritta nel 2009, denota un importante passo in avanti a livello compositivo per il quintetto di Richmond. È nella titanica durata dell’EP che si consolida e prende forma un sound definito che riesce a miscelare bene tutte le fonti d’ispirazione cui il gruppo attinge. Si va dallo sludge/doom tout court, a sfuriate prog, passaggi in pieno stile americana e derive ambient/drone. È proprio con un attacco di synth e feedback che si parte, si innesta un leggero arpeggio dai toni bucolici e poi l’esplosione. Una riff magniloquente accompagnato da una batteria marziale (nota di merito per la prestazione di T. J. Childers dietro ai tamburi) deflagra e procede lungamente accompagnando lo screaming ultraterreno e sofferto di Mike Paparo. A scombinare l’ordine delle cose sono le sfuriate prog, evidente il tributo ai primi Mastodon e Baroness, che caricano dinamicamente ed emotivamente il pezzo. E sono proprio questi passaggi che legano le varie parti, i vari movimenti della canzone.
Passata la furia del primo movimento si arriva al breve interludio riflessivo dove fanno la loro comparsa gli archi, che malinconicamente si innestano nel solco lasciato dalla devastazione precedente. Un idillio che dura il tempo di un attimo, dato che si riparte con le scosse telluriche iniziali che riprendono il tema degli archi portandolo alla deflagrazione. E dalle macerie che si innalza la seconda parte: ritorna l’arpeggio iniziale e si evolve in un lungo prosieguo dal sapore floydiana e allo stesso tempo dalle forti connotazioni southern. Il tutto impreziosito dalla voce di Dorthia Cottrell, cantante dei Windhand, qui in veste di ospite insieme a Shibby Poole e Mikey Allred. A porre fine alla seconda parte s’incaricano idealmente Trey Dalton e Steven Russel alle chitarre, che tessono un lungo e articolato solo dal vago sapore retrò, debitore a più riprese dei grandi classici dell’hard ‘n’ heavy. Per chiudere quest’imponente opera, si ritorna a quello che ne è stato il pilastro portante, lo sludge granitico ed enfatico dell’inizio. Un’esperienza mesmerizzante quella di “The Cavern”, che paradossalmente segna un punto di svolta per gli Inter Arma. Si possono raggiungere nuove vette compositive con materiale “vecchio” e messo da parte? A quanto pare, sì dato che la completezza e compattezza del sound è superiore a quanto fin’ora espresso dalla compagine americana. E sono proprio queste caratteristiche a rendere questo lavoro come una delle release più interessanti in ambito metal del 2014.

Giuseppe Aversano