IRONBOSS – Hung like horses

Se lo spirito del rock più puro e verace continua a splendere inalterato il merito va anche a gruppi come gli Ironboss. Attivi sin dal 1994 nelle colline del Maryland, la band capitanata dal chitarrista/cantante Chris Rhoten (nella vita di tutti i giorni motociclista di professione…) giunge al quinto disco (uscito in realtà nel 2002 per Underdogma) dopo svariati album all’attivo nel corso degli anni (quattro per la precisione, “Age of gasoline”, “Rides again”, “Guns don’t kill people…Ironboss does” e “Roll out the rock”).
Il loro è un southern rock blues trascinante e lussurioso, un intruglio che “puzza” di birra, sudore e benzina. Nelle vene degli Ironboss scorre sangue sudista e l’influenza di Lynyrd Skynyrd, Black Oak Arkansas e Molly Hatchet è palese: tuttavia non si tratta di revisionismo o di archeologia musicale, è solo una questione di attitudine, è la voglia di suonare sporchi e passionali come solo gli uomini del Sud sanno essere. La voce di Chris è roca e possente, la sua chitarra si intreccia con quella di Matt Crocco e crea stupende trame degne dei Thin Lizzy dei tempi che furono, le ritmiche sono incessanti e reggono con grande disinvoltura l’intera intelaiatura sonora (merito del “re dei tatuaggi” Dave Waugh al basso e di Patrick Kennedy alla batteria).

Cavalcate come “Jig is up” e “Chrome and gold” ci trascinano in locali fumosi e lerci, la strumentale “Z-50 Horizon” è la perfetta soundtrack di un motoraduno, “Back when i was a miner” e “Totem pole” sono tributi ai padri del blues, il primo in versione acustica, il secondo sotto forma elettrica, con tanto di giro d’armonica da brividi. E se non bastasse ci pensano le citazioni zeppeliniane di “Fuck it” e la sensualità di “Pussy on the corner” a rendere il piatto più che appetitoso.

Gli Ironboss sono un bel pugno in faccia, una mazzata dritta dritta in pieno volto: lasciatevi centrare dalla potenza del boogie!

Alessandro Zoppo