IVY GARDEN OF THE DESERT – Trilogia dell’Edera

«Gli Ivy Garden of the Desert nascono nel dicembre 2008 per suonare musica propria, senza regole nè compromessi». Con questo comunicato radicale si presenta il combo di stanza a Montebelluna, nel Valdobbiadene, contea del Triveneto ricca di sapori (soprattutto alcolici!) e di panorami meravigliosi. “La Trilogia dell’Edera” è il nome evocativo che hanno dato a tre EP pensati, registrati e promossi nel triennio 2011-2013 che ha visto l’interesse attivo di una etichetta di culto come la Nasoni Records che ha creduto in Diego, Paolo ed Alessandro, concentrando i propri sforzi nella produzione di tre vinili 12″ da far conoscere al mondo intero. Il primo capitolo è “Docile”, come il titolo che porta: quattro brani per circa tre quarti d’ora di musica dal passo lento e fiero che vive senza fretta il proprio decorso evolutivo e si presenta come frutto maturo. L’iniziale strumentale “Ivy” è la porta d’accesso al mondo dei nostri imbevuto di New Wave elegante, spirito introspettivo e heavy psichedelia pensante. C’è qualche tocco di grazia (il violino nell’acustica “Hang Glider”), una fuga esistenziale verso lidi immaginari (“Enchenting Odissey”) e la presentazione del proprio ego: “I” finale riottoso, fermo e potente ed episodio prettamente stoner del lotto.
Il passo successivo è “Blood is Love”, EP di lunga durata, dove il battito cardiaco accelera i tempi e diventa prepotente ed incazzato. “Viscera” è il biglietto per accedere al circo dei buffoni, delle starlette e dei saltimbanchi. Il treno Dozer/Lowrider/Demon Cleaner è passato di qua. C’è dono di sintesi e robusto hard Seventies che va a bussare alle porte di certo post noise sicopato (“A Golden Rod for This Virgin”) e rappresenta uno sguardo sul fenomeno grunge alternative degli inizi Novanta (“1991”, appunto), alla stessa maniera in cui i cugini Pater Nembrot hanno guardato le band protagoniste di quegli anni.
L’ultimo capitolo (“I Ate of the Plant, and It Was Good!”, titolo che ricorda qualcosa/qualcuno…) presenta una novità significativa sin dalle primissime note: la maniera di cantare è diventata protagonista. Mentre nelle precedenti uscite le lyrics compaiono dopo che la musica ha costruito l’ambiente scenografico, qui sono protagoniste assolute. Segno che Diego ha avuto qualcosa di urgente da tirare fuori durante l’ideazione dell’epilogo della trilogia. Qualcosa cha ha l’aria di un urlo pacifico nello stile spirituale dei Tool (la title track) e vuole riappropriarsi di un rifferama post Kyuss (“Ohcysprotom”) riuscendo a portare tutto a casa con la conclusiva “Ivy (Part II)”. La vita è un cerchio. La musica pure. Gli Ivy Garden of the Desert continueranno a narrarci questo strano sogno che a tratti si manifesta in tutta la sua magniloquenza e a tratti sprofonda negli abissi più imperscrutabili.

Eugenio Di Giacomantonio

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