IZŌ – Izō

I pugliesi Izō mostrano un amore sincero nei confronti della cultura tradizionale giapponese, oltre che nei riff mastodontici sorretti da una base ritmica impressionante. Maurizio, Paolo, Francesco e Luca hanno imbracciato gli strumenti – in questo caso due chitarre, un basso e una batteria – e hanno costruito uno dei concept album di stoner strumentale più interessanti del 2016. Lasciate stare chi cerca lo status di band di culto affannandosi sui social: qui ci sono quattro ragazzi seri, umili, concentrati sulla creazione di qualcosa di importante e di unico.
La bellezza è nascosta nei dettagli. Come nella distorsione che rompe i primi quattro minuti di dolcezze di “Kikusai”, distribuendo nell’aria una quantità di riff micidiali e brutali come solo un Matt Pike potrebbe fare. O come gli arpeggi tooliani sparsi un po’ ovunque che ci portano dentro la massa nera come la pece dell’universo delle emozioni umane. Spunti riflessivi creati apposta per esasperare il contrasto con il “forte” della trama sludge. Ma la potenza è nulla senza controllo, come recitava un riuscito payoff di qualche tempo fa. Ecco quindi la dichiarazione di sapere esattamente dove andare e saper conoscere i propri mezzi di “We Are What We Are”, bella composizione ultrasatura dove le linee melodiche si intrecciano in maniera quasi barocca, donando al brano una leggerezza inaspettata. Monkey 3, Karma to Burn, 35007, Monomyth e Pelican masticati e risputati in magma incandescente. Bellissimo.
I ragazzi della Acid Cosmonauts ci hanno abituato a delle uscite di pregio. Con l’omonimo primo album degli Izō la traccia è perseguita e confermata. Avanti così.

Eugenio Di Giacomantonio