JESU – Jesu / Silver

La copertina e il libretto interno con le loro immagini opache e desolate predispongono già bene all’ascolto. Jesu sono il nuovo progetto formato da Justin Broadrick all’indomani dello scioglimento dei Godflesh e questo debutto omonimo giunge per rincuorare i fan rimasti orfani della seminale band inglese, ma non solo loro. Jesu ripartono dove terminava “Hymns”, ultimo capolavoro dei Godflesh, e ne amplificano la lentezza e maestosità, arrivando a confezionare un’opera che, dice bene l’adesivo posto in copertina, può definirsi visionaria.Doom, industrial e psichedelia si fondono come cemento in un calderone che avanza col passo e la leggerezza di un elefante e questo disco (otto brani per oltre 74 minuti di musica, hai detto niente!) potrà risultare un mattone indigeribile per più di un ascoltatore. Poche sono le concessioni alla melodia e fra esse spicca “We all faulter”, una dolce nenia industriale-psichedelica che regala emozioni ad ogni nuovo ascolto. Il caratteristico muro sonoro dei Godflesh troneggia nelle slabbrate “Friends are evil” e “Sun day” e la mazzata finale arriva con la conclusiva “Guardian angel”, degno epilogo di un disco nel quale lentezza e pesantezza viaggiano a braccetto come inseparabili. Per certi versi Jesu suonano come una versione industriale della scuola Sleep/Electric Wizard e potrebbero suscitare anche l’interesse degli appassionati del suono depressive, data l’opprimente sensazione di disagio che aleggia per tutto il disco. “Jesu” non è un lavoro facile, ma se riuscirete ad entrarci dentro difficilmente vorrete poi uscirne. Un disco per gli ascoltatori che amano osare e sfidarsi con sonorità “difficili” e non vogliono portarsi a casa l’ennesimo cd costruito a tavolino e fatto con lo stampo. A questo ci pensa la scena power metal, giusto?
Lo stesso vale per “Silver”. L’iniziale title track è una piacevolissima sorpresa, un condensato di emozioni, l’ennesimo gioiello partorito dalla mente di Justin Broadrik (ex leader dei seminali Godflesh, per i pochi che ancora non lo sapessero). “Silver” e “Wolves” (che ricalca lo stile della prima, sembrandone in pratica una versione dilatata) aprono nuovi orizzonti nella musica dei Jesu, ampliando gli impercettibili segnali presenti nel debutto omonimo. In queste due canzoni i Jesu abbracciano completamente lo stile shoegazing e le sue caratteristiche: ritmi cadenzati/ipnotici, voce sommersa dal muro chitarristico e synths che ammantano il tutto in un’aurea dal forte umore malinconico.
Sembra di ascoltare gli Slowdive suonare industrial doom, e i risultati raggiunti sono semplicemente strabilianti. In “Star” i ritmi si fanno invece più frenetici e la lezione dei Godflesh si fa sentire pesantemente, quasi Justin dovesse pagare un pegno col proprio precedente artistico (ma ormai lo spirito originario è quasi svanito). È come se il nostro volesse liberarsi dei fantasmi del passato ma non vi sia ancora del tutto riuscito. La strada intrapresa da Justin è comunque coraggiosa e, visti i risultati, in discesa; col prossimo full lenght è lecito quindi attendersi un capolavoro.

Marco Cavallini