JOHNFISH SPARKLE – Johnfish Sparkle

Ormai diverse band della penisola stanno guadagnando favore e rispetto nei templi scandinavi, tedeschi e dell’est europa, e non si tratta di semplici infatuazioni, quanto piuttosto di un riconoscimento (oltre che di bravura) dello spessore culturale del nostro hard rock. E’ un dato di fatto per esempio che gran parte del roster della Black Widow (Wicked Minds, Electric Swan, e molti altri) sia composto di formazioni pregiate, ma il panorama è ancora più vasto: giusto per rimanere in tema di brividi lungo la schiena, esce il primo disco dei Johnfish Sparkle su Transubstans Records (la divisione della Record Heaven specializzata in edizioni in CD), una perla di incontaminato hardblues psichedelico, variegato e ricco concentrato di Humble Pie, Free (soprattutto), Cream, Toad, Hard Stuff, Sir Lord Baltimore, Stray Dog, Montrose, Black Cat Bones, Mountain, Taste…E’ bastato un solo demo al gruppo nato dalle ceneri dei JackieJail per catalizzare l’immediato interesse della fantastica label svedese: Dave Perilli e Rob Gasoline si uniscono al cantante/chitarrista Al Serra, dando vita ad un power trio di impostazione 1967/73, una rivelazione per tutti i cultori dell’era capitale del rock.
Non aspettatevi i soliti suoni giurassici dello stoner: si tratta di un lavoro che fa perno sulle dodici battute del blues, elettricamente irrorate di psichedelia, incandescente, cristallino e classicamente caleidoscopico.
La sezione ritmica di Rob e Dave è quanto di più ortodosso si possa sentire, e la voce di Al sembra estrapolata da uno dei tanti capolavori dell’heavy psych d’epoca, duttile, tagliente e progressiva.
Nove brani fantastici, a partire dell’ hard d’autore di “Freedom At Last” che parafrasando una delle ultime opere del gruppo di Paul Kossoff, da sola dovrebbe indurvi senza esitazioni all’acquisto dell’album della formazione abruzzese.
Tanto per sciogliere ogni dubbio, i Johnfish Sparkle sono distanti anni luce da ogni revivalismo sterile: la loro è un’immersione nel rock più autentico che si possa immaginare, nella quale predomina viscerale passione per i suoni d’epoca, riattualizzati da una scintillante freschezza.
“Feelin Down'”, “Hey Man” e “How Many Miles” lasciano senza parole, prelibatissime pietanze speziate sia di Cactus, Zeppelin, Foghat, Budgie, Blue Cheer, che di certi episodi lysergic-blues di We e Masters of Reality, mentre “We Never Know” e “Tale of A Lonely Man” – oltre ai soliti Free (autentico spettro tutoriale dei Johnfish Sparkle) – si dirigono verso splendide sonorità da ballata folksy. “Down in Mexico” e “Mr. Window” hanno in effetti qualche striatura sudista, ma rimangono ancorate a Groundhogs, Suede e Cream piuttosto che alla psichedelia oscura di Josefus e Bloodrock, e la devozione alla sempreverde classicità è suggellata da “Dance Into The Fire”.

Roberto Mattei

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