JOSIAH – Josiah

Il ponte ideale tra passato e presente. Il perfetto anello di congiunzione tra due modi diversi ma complementari di intendere la musica. Questo e molto altro sono i Josiah, trio inglese che alla sua prima uscita ufficiale centra subito il bersaglio sfornando un disco che definire fantastico è riduttivo. Qui c’è tanta di quella passione, di quel sudore, di quella emozione che raramente si trovano in dischi recenti. Qui c’è tutto il bagaglio personale di un gruppo che ripesca dall’hard rock e dalla psichedelia degli anni ’70 (su tutti Led Zeppelin, Grand Funk, Mountain e Cream) e filtra questi ritmi storici con le acidità ruvide dell’odierno stoner rock (leggi Fu Manchu, Nebula e Monster Magnet).
Il songwriting non sbaglia un colpo, a partire dalla scheggia iniziale “And time melts down” fino ad arrivare ai quasi nove minuti conclusivi di “Suspended revolution ride”, cavalcata lisergica ricca di effetti vaporosi, pause e brusche ripartenze.

Nel mezzo trovano posto autentiche gemme che esaltano soprattutto le prodezze del chitarrista e vocalist Mat Bethancourt, totalmente devoto al culto del feedback hendrixiano e delle fuzz guitars sputafuoco. Ma non va nemmeno dimenticato il lavoro instancabile di Chris Jones alla batteria e di Sie Beasley al basso, che formano una sezione ritmica di tutto rispetto. A dimostrazione delle qualità della band basta ascoltare dei macigni come “Change to come” e “Black maria”, jam che alternano riff assassini di matrice Blue Cheer, vibrazioni sature prese in prestito dai Fu Manchu di “In search of…” e innesti psichedelici liquidi come una colata di lava bollente.

Tuttavia non mancano neanche episodi più diretti ed incisivi quali la veloce ed esagitata “Saturnalia”, la fantastica inondazione di wah-wah di “Malpaso” (a mio giudizio miglior brano del lotto…) e la granitica “Head on”. Una menzione a parte merita invece un pezzo particolare come “Gone like tomorrow”, momento acustico che non sfigurerebbe su “Led Zeppelin III” viste le sue atmosfere folk (ravvivate da un inserto di piano elettrico da brivido) ed il richiamo a dolci paesaggi fatati.

Un esordio in gran stile quello dei Josiah, non c’è che dire. Rileggere in maniera così compiuta ed autorevole le radici del proprio suono è segno di una personalità forte e già matura che in pochi dimostrano. Loro sono riusciti nell’impresa senza risultare banali o derivativi e questo è un grande merito. E’ questo l’unico modo per tenere vivo e vegeto un genere troppo spesso inflazionato…avanti così!

Alessandro Zoppo

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