JOY – Joy

Ascoltare il disco d’esordio degli statunitensi Joy scatena impeti d’entusiasmo. Da San Diego, i tre ci regalano otto tracce di purissimo, ribollente ed esaltante heavy psych. Quello che loro stessi definiscono super loud, psyched-out, fuzz-echo driven rock. “Joy” si rivela uno dei migliori debutti degli ultimi anni. Nulla di originale, sia chiaro. Ciò che convince è la vitalità di un sound che spara fuzz e wah-wah a raffica e poggia su dinamiche a dir poco incessanti. Blue Cheer, Jimi Hendrix, Josefus, Road, Chariot e tanti altri: sono questi i riferimenti del trio. Un universo visionario, liquido e roboante, che si ispira a quanto di più acido sia accaduto nel rock tra il 1967 ed il 1972.Blues dannato, vagiti heavy, rock drogato: i Joy battono la strada di The Heads, Earthless e Orange Sunshine, con una spontaneità da far quasi invidia a Simon Price, Isaiah Mitchell e Guy Tavares. Basta ascoltare gli otto minuti dell’iniziale “Save My Soul”: abbiamo appena cominciato e l’estasi psichedelica è già garantita. Rimanere fermi è impossibile. “Help Me”, “Cadillac Blues” e “I Need You” sono schegge impazzite dal corrosivo spirito boogie punk; “Lovin’ Man”, “Evil Woman” e “Long Time Blues” sono liberazione fisica e apoteosi dei sensi, esalazione di acidi naturali emessi da amplificatori tirati a lucido. La voce grezza di Zach fa il paio con i suoi riff slabbrati e goduriosi; il basso tonitruante di Justin ed il drumming aggressivo di Paul fanno il resto. Quando si arriva alla conclusione con “Been So Long”, la sarabanda allucinogena è totalizzante. L’assalto è compiuto: il caleidoscopio di Hofmann ha toccato l’infinito, e oltre.
Joy: operation mindblow completed!

Alessandro Zoppo

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