LEADFOOT – Bring it on

Dopo la dipartita piuttosto infelice dai Corrosion Of Conformity, Karl Agell, il biondaccio sudista di origini svedesi, vive un periodo di profonda crisi personale: nonostante sia un validissimo vocalist e frontman, non riesce immediatamente a tornare nei circuiti che contano, e arricchisce il folto elenco di desaparecidos di lusso.
Dopo sei anni di oblio si ripresenta in gran forma e con una vera band, composta dagli eccellenti Fry e Barringer (chitarre), Swisher (basso), McClain (batteria).

Si tratta dei Leadfoot, gruppo che molti frettolosamente ascrivono al tornado dell’era post-Kyuss (forse per via della partecipazione alla mitica compilation “Burn One It Up”) commettendo però un’imprecisione: il piede di piombo in questione è quello di un nuovo molosso sudista.

La cosa che stupisce in positivo è che l’appesantimento sonoro apportato non lede minimamente il feeling e la coesione dei brani, e soprattutto non si assiste ad una collezione di canzoni revivalistiche, anzi: il southern rock di matrice hard sta riprendendo corpo con freschezza, e fra i massimi esponenti d’ora in poi ci saranno loro, i Leadfoot.

Inizio da spasimo con la title-track, in un tripudio di ritmo, riff e slide guitar a palla, con Agell sui suoi registri migliori (Morrison, Astbury, Medlocke) che incita ad alzare i vessilli fino a slogarsi le scapole, in una bolgia confederata.

Hard rock bluesato e possente con reminescenze di Atomic Bitchwax/Mountain è “Soul Full Of Lies”, forse il brano più stoner dell’album. “High Time”, “Roll Over You” e “Right Between The Eyes” sono da antologia, composte con intelligenza e sempre giocate su un potente feeling melodico, assolutamente irresistibili.

Con “Ripe” ci avviciniamo con molto piacere ai Molly Hatchet più ariosi, ma sempre con grossa personalità, e pregevole risulta anche “Sooner”.

L’highlight arriva però con il blues ultra-stonato e morboso di “Young Dumb Snake”, un tuffo in un canyon pieno di erba, crotali e barili di mescali. “Throwing Out The Baby” spacca davvero le ossa e suona come una session tra i Corrosion di “Blind” e i Blackfoot di “Marauder”.

Non è per niente finita, dato che si ritorna al galoppo con “Under The Sun”, con ancora un Agell indemoniato che si dibatte tra duelli chitarristici, proprio come si faceva una volta. “Naked Light” e “Forgotten One” arricchiscono ulteriormente il tutto: davvero nessuna canzone è superflua, credetemi.

Roberto Mattei

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