LILI REFRAIN – Kawax

L’oscura Sacerdotessa Lili Refrain approda al terzo lavoro in studio nell’arco degli ultimi sette anni, il primo sotto l’egida di Subsound Records, etichetta sempre più eclettica e fuori dagli schemi. Chi ha assistito almeno una volta ad un concerto di Lili sa bene che i suoi sono veri e propri rituali e che la dimensione live enfatizza quelle che sono le sue caratteristiche, ovvero loop di chitarre e voci in tempo reale, senza l’ausilio di tracce pre-registrate, strato su strato, fino all’ipnosi. Non è affatto semplice trasportare questa dimensione così rarefatta sul disco, ma qui il risultato viene colto in pieno, a partire dal drone liturgico dell’opener “Helel”. Il primo brano vero e proprio, “Kowox”, inizia invece con un magistrale tapping super-metal, poi ingigantito da un palm-muting della miglior specie, a cui continuano ad aggiungersi livelli melodici intrisi di malinconia, fino a svuotarsi pian piano ed infine sfumare. “Goya” ha un incipit solennemente liturgico che farebbe impallidire Papa Emeritus e tutti i suoi Ghost, a cui seguono e poi si integrano inusitate chitarre gitane. “Tragos” diffonde canti mistici a capella, soavi echi lirici che arrivano quasi ad esplodere in urla di dolore. Il post rock onirico e strumentale di “Elephants on the Pillow” contrasta con l’ennesimo brano dominato dalla voce, quel “Nature Boy” in cui l’esile figura di Lili intona ciò che suona come una cupa ninna nanna cantata da un epigono mefistofelico a metà strada tra Björk e Diamanda Galas. In “666 Burns” la cowgirl del Demonio cattura la nostra attenzione grazie a chitarre dal malvagio sapore di sabbia, che sfumano poi nei delay di “Echoes” e di “Baptism of Fire” (quest’ultimo è l’unico brano ad avvalersi della presenza di una batteria, suonata da Valerio Diamanti dei Dispo). “Sycomore’s Flames” chiude l’album con estrema grazia e gusto, grazie anche al violino del buon Nicola Manzan (Bologna Violenta).
Lili Refrain si conferma la first lady del circuito indipendente italiano.

Davide Straccione