Lord Buffalo – Tohu Wa Bohu

Tohu Wa Bohu, il debutto dei Lord Buffalo, è un ritorno alle radici più profonde della musica americana, all’innocenza dell’infanzia, all’abbraccio di Dio. Il quartetto racconta verità religiose, credenze, dubbi e paure dell’essere umano sempre più confuso di oggi. Senza saggezza mistica o calvinismo apocalittico, bensì affidando ad una potente sincerità l’esplorazione del nostro lato oscuro.

La storia dei Lord Buffalo è come tante altre. Daniel Pruitt (voce, chitarra) e Garrett Hellman (chitarra, organo) crescono insieme a Stillwater, in Oklahoma. Suonano negli Shiloh Fivecoat e quando si trasferiscono a Austin, in Texas, formano gli Hot Pentecostals, che diventano ben presto un’istituzione locale.

L’ennesimo scioglimento non ferma la coppia: Daniel e Garrett reclutano Patrick Patterson (violino) e Yamal Said (batteria e percussioni) e mettono su i Lord Buffalo. La band definisce la propria musica in modi diversi: mud folk, forêt noir, Crappalachian butt rock.

Etichette corrette perché Tohu Wa Bohu, il secondo album (lanciato da Blues Funeral Recordings: altro centro con LowriderBig Scenic Nowhere e Elder) dopo l’esordio omonimo del 2017 (si può ascoltare sulla pagina Bandcamp della label Clerestory AV), è un lavoro che mischia psichedelia dark e folk cantautoriale, e lo fa con un sound oscuro e polveroso, notturno e vibrante.

Camminiamo nei coni d’ombra dell’alt-country e del Gothic Americana attraversando queste otto tracce. Immaginate Arbouretum, Dead Meadow e Black Angels da una parte, Nick Cave and the Bad Seeds, Wilco e Woven Hand dall’altra.

La sensazione è quella di passeggiare per le strade di una città fantasma dove il tempo si è fermato, tra paesaggi notturni apparentemente ostili e sinistri, ma dannatamente magnetici, con l’asfalto spaccato dal sole e le anime degli abitanti cadute nell’oblio.

Con il santino di Roky Erickson nel portafoglio, Pruitt evoca antiche atmosfere di provincia cariche di segreti, come un predicatore che infiamma le folle promettendo salvezza e misericordia. I suoni sono cupi e profondi, come nelle emozionanti Raziel (un crescendo così capita raramente di ascoltarlo) e Tohu Wa Bohu (l’intreccio di voci è da pelle d’oca), ed ipnotici e opprimenti, nel caso di Halle Berry (un richiamo al profondo sud torbido e fangoso di Monster’s Ball) e Heart of the Snake, una ballad lenta e vaporosa che genera un dolore palpabile.

Nella loro dolcezza, punteggiata dalle note leggere di pianoforte e violino, Dog Head e Kenosis affrontano questo percorso di espiazione con un’americanità minimalista da brividi, quasi ad evocare il lato tenero di David Lynch e Angelo Badalamenti.

Svuotato di tutta la sua furia, Tohu Wa Bohu si chiude con la desolata Llano Estacado No 2, una traccia strumentale a lenta combustione, come le braci morenti di un fuoco che si spegne nel profondo di una foresta di montagna.

La solitudine, il senso di colpa, la forza catalizzatrice dell’amore: tutto questo vive nel debutto dei Lord Buffalo, capaci come pochi di esprimere il malessere, le emozioni e la furia della passione.

Alessandro Zoppo