LOS NATAS – Corsario Negro

Chi viene dall’Argentina come i Los Natas e suona stoner psichedelico non lo fa certo per fare il figo con le bellissime ragazze sudamericane o per pagarsi l’affitto. Lo fa per farlo, punto. Perché è estremamente piacevole chiudersi in sala prove la sera e costruire con i tuoi hermanos lunghe jam fumose rette da muri di fuzz scarni e vocals pregni di riverbero naturale.
Con Corsario Negro i Los Natas riescono ad affrancarsi definitivamente dallo status di clone-band dei Kyuss maturando uno stile che è sì una naturale estensione di quello della band californiana ma proposto in maniera molto personale.

Innanzitutto il suono è più asciutto, la voce è usata in modo molto naturale (e in lingua originale) e le origini ispaniche vengono finalmente sfruttate a pieno. Innanzitutto nel ritmo, elemento centrale per ogni stoner band che si rispetti, e nella capacità di creare con la musica paesaggi aridi e polverosi di provenienza extraterrestre. L’album è un continuo work in progress, un susseguirsi di brani a cui i limiti di inizio e di fine si sente che stanno molto stretti.

Dopo l’introduzione solenne di 2002, Planeta Solitario è una cavalcata possente tenuta in sospensione da implosioni psichedeliche regolari, un tira e molla che alza l’aspettativa su un eruzione definitiva che in verità non arriva mai. Patas De Elefante ne è una naturale prosecuzione con l’aggiunta di maggiore calore e colore improvvisativi. Il brano si apre serrato, si arrotola, il drumming cambia incedere con frequenza, i cori sono carichi di riverbero, le chitarre trovano praterie infinite per infilare liberi fraseggi di wha wha.

Tra cariche di battaglia suonate da un piano alla Jerry Lee Lewis (Leit Motive) e confortanti intermezzi acustici (Hey Jimmy), il Corsario Negro giunge finalmente a destinazione e non può che rimanere esterrefatto – e noi con lui – da ciò che gli si presenta davanti. In Contemplando La Niebla e nella title track la band argentina mette a nudo tutta la sua hispanidad polverosa e arida applicata al rock pesante realizzando un brano di altissima emotività nel primo caso e un magnifico esempio di jam session psycho-stoner con un cuore rosso e pulsante nel secondo.
Un grande album.

Francesco Imperato

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