MALASANGRE – A bad trip to…

Un putrido viaggio nell’ego di un serial killer. Un trip malsano che attraversa le radici dell’odio. Un tour dell’Inferno con il solo biglietto d’andata. Tutto ciò e ancora quant’altro di melmoso e malefico vi viene in mente è il disco d’esordio dei Malasangre, giovane band italica (il cui moniker è ispirato al mitico “Santasangre”, film di culto di Alejandro Jodorowsky) dedita ad un sound sporco e senza compromessi, certo difficile da assimilare ad un primo ascolto e a mente lucida, con orecchie ancora inesperte, ma che cattura poco a poco, proprio per quella luce mefistofelica che emana da ogni suo poro. Si tratta di sludge doom lisergico, devoto ad acts quali Eyehatedog, Men Of Porn, Sons Of Otis, Iron Monkey e Green Machine, ma con frequenti puntatine verso lidi noise, hardcore e space rock.
Curiosa e in linea con l’orientamento deviato che assume tutto l’album è anche la scelta dei nick compiuta dai quattro impavidi giovanotti, che molto probabilmente leggendo “We” di Yevgeny Zamyatin hanno optato per pseudonimi quali JN-18 (vocalist agguerrito e indirizzato su linee a volte in scream, altre volte in un pulito molto distorto), VP-33 (guitar player dal riffing plumbeo e monolitico), FH-37 (drummer ossessivo e davvero incisivo) e NC-9.5 (ottimo bassista dalle piste vulcaniche e funeree).

Il via lo dona proprio un brano che può essere eretto a simbolo del modo di suonare targato Malasangre: “Bad acid” è cattiveria aliena che prende forma in rumori dannati, colpi di tosse inaciditi, ritmiche lente e lugubri inserti spaziali che ricordano molto da vicino i connazionali Ufomammut…”The last day” prosegue sulla stessa direzione, riff moloch in preda a deliri omicidi, batteria e basso a picchiare giù duro e via con la voce a spazzare il campo da ogni dubbio, questa è la musica del Diavolo! Tuttavia, in mezzo a tale sulfureo caos, spunta una certa, sorprendente vena melodica, che se nel brano precedente era evidente nelle linee vocali, in “Cerebral suicide” si fa più pressante sino ad impossessarsi dell’intero chorus, momento culminante di una lunga ed estenuante danza macabra, iniziata lungo correnti quasi hardcore, in ogni caso vicine alle frequenze degli schizzati Eyehategod, e sviluppatasi attraverso il riverbero di movimenti “sabbathiani” per poi concludersi in un vortice senza alcuna soluzione di continuità.

A spezzare leggermente la tensione accumulata fino ad ora ci pensa una meravigliosa cover di “Venus in Furs” (non lo nascondo, ho sempre avuto un debole per i Velvet Underground…), resa per l’occasione più oscura e vagamente cibernetica, soprattutto nella scelta dei suoni. Ma il martirio riprende incessante e passando per le trame psichedelicamente ossianiche e neurotiche di “Transvirus” si arriva a “Dream machine…evil machine”, infinito carico di feedback, effetti e distorsioni varie che concedono poco spazio a cura e precisione per lasciar parlare solo il dolore, la sofferenza, il sadico piacere incanalati nelle intricate trame di basso e batteria, nelle chitarre letteralmente impazzite e nelle vocals acide e sciamaniche. La successiva “Sangre” apre uno spiraglio a soluzioni maggiormente flippanti, ricamate a dovere da wah-wah melliflui ma con un ottimo contrappunto fatto di atmosfere assolutamente tenebrose e messianiche…

Tutto ciò è il perfetto trampolino di lancio per il finale, un gigantesco demone spaziale che prende il nome di “The holy cure”, dieci minuti divisi in tre sequenze (“The priest”, “Holy relics” e “Confession”) che portano direttamente sull’orlo di un abisso dove quattro maestri di cerimonia preparano il sacrificio da compiere. Gli strumenti del rito non sono altro che ritmiche in slow-motion, deliziosi flirt cosmici, chitarre in formato panzer e una voce che pur nella sua carica estrema è sempre capace di trovare un sottile filo armonico che lega il tutto con somma perizia.

Non poteva esserci finale migliore, dunque…i Malasangre si avviano così ad essere una grande promessa nel sempre più affollato (ovviamente sia quantitativamente quanto qualitativamente) panorama heavypsychodoom tricolore, sono certo che se sapranno dosare ancora meglio le loro capacità ci troveremo presto di fronte ad una band pronta a rivaleggiare con chiunque altro a livello mondiale, parola mia…

Alessandro Zoppo

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