MANGOO – Neverland

Consultare un press kit della Small Stone Recordings che cita, nell’ordine, Queens of the Stone Age, Foo Fighters, Dozer, Obiat, Rush, Yes, Luder, Giant Brain, Earthlings?, per identificare i finlandesi Mangoo in uscita con “Neverland”, non può far altro che generare una pruriginosa curiosità. Se aggiungiamo una cover art con funghetto allucinogeno in ambientazione prog tardo seventies (Pink Fairies!) la curiosità diventa morbosa. Come faranno i nostri Pickles (chitarra e voci), Mattarn (chitarra), Igor (basso), Teemu (batteria) e Nikky (tastiere) a combinare questi elementi in un mantecato ad alto contenuto proteico è presto detto: free form heavy psych a servizio di una forte struttura delle armonie vocali.Pare proprio di sentire la magniloquenza Rush in un pezzo come “Deathmint” in scontro frontale con un idea espansa della percezione spacey e con finale epico da alzata di scudi. “Diamond in the Rough” parte con idee alla pubrock e finisce per citare roboticamente i QOTSA. Cose inpensabili fino a quando non le senti. Come “You” che fonde la ballad americana (quella che, per indenderci, passa indenne stagioni 60/70/80/90 mantenendo sempre una spiccata riconoscibilità) con i cugini Dozer e Lowrider. Quando affrontano lo stoner di petto con “Lose Yourself” bisogna riconoscere ai nord europei una sensibilità speciale nella produzione del suono. Riescono ad essere il punto medio tra l’America e l’Inghilterra e se pensiamo che la stessa band ha curato la registrazione e la post produzione, non possiamo far altro che riconoscere che la qualità dell’intera “sovrastuttura” musicale nordeuropea (sale prove, studi di registrazione, mezzi a disposizione) sono di gran lunga superiori alla disponibilità degli altri gruppi, di altri paesi. Ciò genera anche una libertà compositiva notevole perché migliori strumenti fanno migliori musicisti
e l’intervallo pseudo lounge di “Interlude” è lì a dimostrarlo.
“You Robot” torna ai Queens con cori da arena rock e la successiva “Moom” ribadisce che la band sa scrivere pezzi fast and furious di facile presa pop come i Foo Fighters. “Painted Black” non ha nulla a che fare con i Rolling Stones e fa combine “sentimentale” con “Hooks”: due ballad mescolate a rinculi hard con sorprese di fiati e synth. Il divertissement di “Home”, rustico honky tonky per banjo, prelude al finale heavy psych di “Datzun”, mostodonte che replica l’iniziale “Neverland” e, in chissà quale modo, riescono a riportare tutto a casa. Astenersi chi ricerca una identità specifica e facilmente riconoscibile, i Mangoo sono qui per chi vuole farsi un volo d’uccello sui generi, con spensieratezza, senza appesantire il carico con intellettualismi: potreste correre il rischio di trovarvi a canticchiare le loro canzoni.

Eugenio Di Giacomantonio