MIDDIAN – Age EternalAge Eternal Age Eternal

Avvertenza: chi scrive è un incondizionabile fan degli Yob, inevitabilmente il giudizio su questa creatura nata dalle loro ceneri sarà influenzato dai peso di questa passione.
Ma andiamo con ordine: Mike Sheidt, leader di Yob, scioglie il gruppo subito dopo la pubblicazione dell’ultimo album; e immediata è la formazione di questi Middian in compagnia di Will Lindsay (basso) e Scott Headrick (batteria), già dalle prime parole di Mike si mette in chiaro che questa nuova creatura malefica seguirà la strada percorsa dalla band defunta ma con un orientamento più oscuro e heavy. A un anno di distanza esce questo Age Eternal, e si rivela un album ambizioso e difficile da scoltare.
La prima cosa che si nota è il sound, evidentemente debitore di quel che è maturato negli Yob ma con la differenza di essere più chirurgico, meno putrefatto e ubriacante, l’immaginazione è portata sul delirio di un medico allucinato che fra bisturi arrugginiti e anestetici saturi si fonde con la carne che sta martoriando. La chitarra è affilata, il basso meno grosso e grasso che negli yob e la batteria si rivela più marziale, forse manca un po’ di amalgama fra gli strumenti, ma è un aspetto che si affinerà sicuramente col tempo.
Su questo sound particolare si libera tutta la vena compositiva di Mike, i 5 pezzi del disco sono lunghi e contorti, molto vari e basati sull’evoluzione e non sulla ripetizione. Ogni brano è un viaggio allucinato in cui si rincorrono fasi statiche e sognanti, ripartenze schizzofreniche e abbandoni alla pesantezza psicologica del doom più oscuro. Gli ingredienti li abbiamo sentiti già negli Yob ma qui sono miscelati su strutture più cervellotiche e “alte”. Al primo ascolto ci si trova storditi da questa spirale claustrofobica ma concedendo al disco l’attenzione che richiede non si riesce a rimanere passivi di fronte alle intense atmosfere di queste composizioni, ci si lascia trascinare con naturalezza per poi svegliarsi con quel sapore acido allo stomaco che solo un’ottima badn riesce a generare.
Gli episodi migliori rimangono quelli in cui ampio spazio è dato agli abbandoni doom (The blood of Icons e la finale Sink to the Center) in cui l’abilità del gruppo viene fuori maggiormente, ma le premesse per una maturazione completa anche per le fasi più tirate ci sono tutte. Un ottimo disco, che rinquora chi sta ancora portando il lutto al braccio per gli Yob e che soprattutto fa sèerare bene per il futuro.

Federico Cerchiari

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