MONSTER MAGNET – Monolithic babies!

Su tutte le riviste e webzine nazionali di varia estrazione (dal metal al puro garage-rock), l’ultima fatica degli “eroi” magnetici è stata salutata in coro come un esempio di rock autentico, come non se ne sentiva ormai da venti anni.
Una bella soddisfazione per i numerosi ascoltatori (storici o no) dei Monster Magnet, diffusi capillarmente anche nella nostra penisola, ed è il segno che il gruppo di Wyndorf, Mundell e Calandra è entrato stabilmente nel gotha di questa musica.

E’ bene precisare che dobbiamo parlare del terzo periodo artistico dei Monster Magnet, iniziato nel ’98 con il tellurico “Powertrip”, proseguito due anni dopo con il più abbordabile “God Says No”, e adesso approdato al terzo album con “Monolithic Babies!”, che dopo diversi ascolti risulta il migliore dei tre.

Difatti assistiamo, oltre a durissime fasi metalliche e al recupero del garage-rock’n’roll, anche ad una sintetica reintroduzione della psichedelia cosmico-mantrica di cui i Magnet sono stati indiscutibili maestri in ambito space-stoner rock in album storici come “Spine Of God”, “Superjudge” e “Dopes To Infinity”, precisando però che la caratteristica dei loro attuali brani è molto subordinata alla forma-canzone, un fattore compositivo che non è poi così limitante data la caratura del gruppo.

Veramente trascinanti e sessiste “Slut Machine” e “Supercruel”, che nel loro approccio garage/rawk non risultano neanche troppo levigate per compiacere i nuovi trend neo-revivalisti.
“On The Verge” e “Monolithic” si avvicinano a certi impenetrabili Blue Oyster Cult, almeno per la loro straniante epica metropolitana commista ad arie orientali, e il singolo “Unbroken (Hotel Baby)” è un bel brano di puro Hard dei tardi Settanta, di quelli che a rivolta mancata potevi almeno esaltarti con un bel ‘fanculo al mondo.

Stoner rock di scuola New Jersey per “Radiation Day”, tanto per ricordare come suona l’originale ai vari Solace e Solarized, mentre tirata e con un maschio tocco space-glamour suona “The Right Stuff”, songs che danno una bella mazzata se ascoltate in condizioni “ideali”.

Di alto livello la cover della floydiana (epoca Gilmour) “There’s No Way Out Of Here” che dovrebbe far breccia nell’audience (oceanica negli anni ‘80) della psichedelia melodica; “Master Of Light” cerca una nuova via epica e oscura nella storia dei MM, e almeno ha il pregio di riportarli in una dimensione siderale, così come “Too Bad” ricorda ai più distratti che un certo raga-rock stralunato era a loro appannaggio da epoche remote.

Idem dicasi sia per “Ultimate Everything”, in cui ritornano le influenze storiche dei nostri (dai Grand Funk agli Hawkwind) – anche se siamo un gradino sotto all’irraggiungibile “Dopes To Infinity” – , che per “CNN War Theme”, consueto cameo per la visionaria passione di Wyndorf verso le colonne sonore.

Per tutti gli altri il gruppo che più rappresenta l’essenza del rock.

Per gli stoners invece, i ciclopi hanno già fatto la loro rivoluzione, e adesso dominano la superficie.

Roberto Mattei