MONTEZUMA – Montezuma

Abruzzo: terra dell’orso marsicano e dei travocchi, terra in cui mare e monti si fondono armoniosamente, terra di braccianti agricoli, di pescatori, di uomini rudi. I Montezuma sono forti, sono rudi, hanno le mani crepate da virili solchi, ed è difficile che qualcuno riesca a togliermi questa idea dalla testa, neppure se mi vengono a dire che nelle loro fila milita una donna. Nessuno può contraddirmi, quello che i Montezuma mi trasmettono con queste sette tracce sono virilità e veracità.Partenza affidata alla godereccia “Last Mammoth (Died For Cold In L’Aquila)”, la giusta via di mezzo tra Cathedral e Orange Goblin, di assoluta presa in ambito live, così come la bella “The Man Who Fall From The Clouds”, pezzo più classicamente stoner. Negli altri brani i numi tutelari che si riescono a rintracciare qua e la sono senza dubbio i Clutch senza ovviamente dimenticare l’eredità lasciata dai Kyuss, utile ad ogni band stoner che si rispetti. Personalmente i brani migliori del lotto sono la fiera “Orange Sky” e la conclusiva “The Call Of Montezuma”, con speciale menzione per l’imponente finale in cui tutto risulta quadrato e potente, dalla sezione ritmica (Sara al basso e Gabriele alla batteria) alle sei corde di Frenzis e Josh, fino alla voce abrasiva e primitiva del Conte, che riesce a dare il meglio laddove c’è il climax liberatorio ed onirico.
Diversi i difetti di questo primo capitolo discografico, dalle chitarre talvolta troppo secche, alla voce potente che talvolta necessiterebbe di maggiore educazione, soprattutto sulle parti più bluesy e melodiche. Ma sono dettagli che al sottoscritto non interessano. Certo, mi aspetto un salto di qualità col prossimo lavoro, ma considerando le idee e la grinta presenti su questo cd, non posso che attendere fiducioso. Nel frattempo continuo ad ascoltare questa prima, godibile prova dei Montezuma.

Davide Straccione