MOTORPSYCHO – It’s a love cult

Il 2000 ha già tre anni suonati e i Motorpsycho l’hanno scandito con la regolarità di altrettanti uscite imboccando un sentiero che ormai, con questo It’s a Love Cult, non può più dirsi retrò sebbene peschi a piene mani nel vorticoso decennio ’65-’75 (anno più, anno meno..).
I tre norvegesi hanno ormai raggiunto uno standard qualitativo talmente elevato da aver reso ‘quella’ musica moderna, e bella soprattutto. Andare a cercare queste o quelle influenze nel passato d’oro risulta sterile sebbene faccia parte del nostro compito di giornalisti. Quindi cuore e orecchie spalancate! Apre le danze “Uberwagner” sostenuta e scandita da liriche stirate, è un felicissimo ponte tra il pop di maniera di ‘LTEC’ e la psichedelìa di ‘Angels and Demons at Play’.

Il cuore centrale dell’album però è acustico, con tutta la vacuità che questo termine ha. This Otherness, Carousel e The Mirror and the Lie hanno un approccio sognante, pacato, solo a tratti interrotto da un’esplosione di archi nel finale, come in ‘Carousel’, appunto. Necessario anche qui, come da alcuni album a questa parte, soffermarsi sulla qualità compositiva delle canzoni dei MP.

Oltre alla nota coppia Saether/Ryan, da evidenziare solo i contributi dei singoli componenti, tutti di ottimo livello. Bent Saether lo conosciamo da un decennio ormai come grande scrittore di canzoni ma in questo album si supera anche nella prova vocale. Non raschia, non gracchia, va liscio e pulito come un novello McCartney; Ryan firma due splendidi brani tra cui il singolo Serpentine. Una canzone da rollercoaster, fragile e delicatamente popular, ricca di aperture e di spleen che pervadeva i momenti più rarefatti di ‘Blissard’; il batterista Gebhardt regala all’album una canzone finalmente non divertessement come What If.
La seconda puntatina nei sixties più acidi, dopo la byrdsiana Neverland, è One More Daemon . Anche qui, odore di ‘Trust Us’ e fiumi di scosse elettriche.

Nella famiglia allargata dei MP un posto al sole l’ha Bard, il quarto uomo che da alcuni anni cura le tastiere vintage dei loro dischi sia in studio che sul palco. In cabina di regia compaiono tutti i MP e il solito Deathprod, a sottolineare la coralità delle scelte della band anche in fase di produzione.

Francesco Imperato

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