MOURNFUL CONGREGATION – The June Frost

Il titolo del disco nasce da un paradosso. Il gelo di luglio non può esistere, soprattutto quando la tua residenza è ubicata ad Adelaide, Australia. Proprio dalla forza evocativa di tale contrasto si dipana il nuovo lavoro dei Mournful Congregation. Chi aveva apprezzato i capitoli precedenti, ed in particolare “The Monad of Creation”, non rimarrà deluso. Il precedente full-length del 2005 era un disco opprimente, di soli quattro brani. “The June Frost” offre una maggiore varietà sotto questo profilo, un maggior numero di brani e pezzi mediamente più ‘brevi’, scanditi da interludi strumentali che garantiscono un miglior scorrimento anche ai neofiti del funeral doom.La campane mortuarie di “Solemn Strikes the Funeral Chime” rintoccano all’inizio del nostro cammino, introducendoci in “White Cold Wrath Burnt Frozen Blood” che, dall’alto dei sui diciassette minuti di durata, spiana il sentiero desolato attraverso il quale vagheremo per un’ora abbondante. Il senso di ossessione e annientamento pervade ogni solco ed ogni spigolo, un marchio di fabbrica della Congrega. Il viaggio prosegue verso gli abissi più remoti, con un imponente scarica di riff opulenti suonati con tizzoni ardenti: “Descent of the Flames” (già presente sullo split con gli Stone Wings). La contrapposizione fuoco-ghiaccio è l’emblema del disco, le sensazioni contrastanti che nell’uno e nell’altro caso rappresentano comunque strazio e sofferenza. La title-track si esprime in soli arpeggi delicati su cui poggia un assolo che in un certo modo ricorda la disperazione dell’ultimo Chuck Schuldiner; la fragile arte dell’esistenza, non a caso.
“A Slow March to the Burial” (anch’essa precedentemente apparsa su uno split con i finlandesi Stabat Mater) è una dichiarazione di intenti. Chitarre gravide di perdita e gutturali sussurri angoscianti che squarciano il vuoto; il lentissimo e ossessivo riffing centrale in palm muting sancisce l’apice liberatorio dell’album. “The Februar Winds” altro non è che un intermezzo d’ambiente, meditativo. Sempre più lenti, sempre più sulfurei e mortiferi in “Suicide Choir”, nella quale fa capolino una timidissima doppia cassa, un ultimo guizzo di vita prima che la corda compia il suo dovere. L’ultimo canto degli angeli neri porta il nome di “The Wreath”, pura apocalisse color pece, breve appendice strumentale che chiude nell’agonia questa nuova prova del gruppo australiano.
Dimenticate deserti e canguri e concentratevi sul misterioso gelo di luglio.

Davide Straccione

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