OM – Pilgrimage

Il gruppo di Oakland, dopo aver abbandonato la Holy Mountain, firma per la Southern Lord Records e si ripresenta con un nuovo disco. Il primo shock è rappresentato dalla copertina, sulla quale campeggia una figura ispirata alla tipica iconografia cristiana (!): considerando però l’attenzione per lo spiritualismo che contraddistingue le tematiche affrontate dalla band, il cui stesso nome è la sillaba Hindu conosciuta come la “vibrazione naturale dell’universo” (e spesso usata come mantra), lo stupore del primo impatto si attenua.Resta tuttavia di “ardua” comprensibilità la scelta grafica.
La storica sezione ritmica degli Sleep, Al Cisneros al basso (e voce) e Chris Hakius alla batteria, dopo “Variations on a theme” (2005), “Conference of the birds” e gli split con Current 93 e Six Organs Of Admittance (editi nel 2006), propone per l’ennesima volta la formula stilistica che è divenuta un marchio inconfondibile: reiterazione di pochi riffs di basso, nenia cantilenante di Cisneros, ritmiche cadenzate. Alla produzione, il genio di Steve Albini.
Qualcuno potrebbe considerare un auto-affossamento la scelta dei due, ma può anche capitare che l’impressione sia contrastata o si rimanga interdetti: pur basandosi su un canovaccio che è ormai ritrito (non fosse altro che per le svariate pubblicazioni degli ultimi anni, sia pur di breve durata), la musica proposta continua a esercitare uno strano, evocativo fascino.
I testi sono generati da riflessioni in merito a “processi della mente, realtà psichica, essenze astrali e causali, e la natura dell’anima” (dalle note di presentazione della Southern).
L’album si apre con i 10 minuti e mezzo della titletrack, che può rammentare certe soluzioni ipnotiche e non contorte dei Tool (in “10000 Days”) o dei Pink Floyd meno “venduti” e dediti alle canzoncine, rese però scarnificate dall’essenzialità della ritmica (e dall’assenza di chitarra, ovviamente).
Il secondo brano “Unitive Knowledge of the Godhead” è più diretto, già a partire dalla durata (meno di 6 minuti), rielaborando atmosfere simili a quanto espresso nei due precedenti studio album: basso distorto (ma sempre le solite poche note), batteria in primo piano, simil-mantra vocale di Cisneros.
“Bhima’s Theme” (ispirata da un personaggio del Mahābhārata, uno dei due maggiori poemi epici in sanscrito dell’antica India, l’altro è il Ramayana) assume la forma di una summa dei primi due movimenti: inizio simile all’impostazione del secondo brano, intermezzo evocativo che richiama le atmosfere del primo (oltre che il loro picco compositivo, “At Giza”, dal precedente “Conference of the Birds”) per chiudersi, dopo quasi 12 minuti, con un nuovo passaggio “robusto”.
Il reprise di “Pilgrimage” pone fine al disco, in una sorta di spirale che ben può rappresentare l’ossessione degli Om per la ciclicità: chiunque cerchi dinamiche complesse, intricate soluzioni ritmiche o semplicemente irruente violenza stia lontano da questi solchi. Chi, invece, può gradire essere avvolto da un suono circolare e ripetitivo, non necessariamente esasperante, troverà un disco che può appagare proprio attraverso la reiterazione degli ascolti.

Raffaele Amelio

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