ORCHID – Capricorn

È ancora possibile oggigiorno fare una rilettura dei Black Sabbath senza cadere nello scontato? La risposta è si, se a farlo sono gli Orchid, quartetto di San Francisco in giro dal 2006. Dopo due anni dalla loro formazione hanno firmato il contratto discografico con la Church Within ma è soltanto nel 2010 che la band ha esordito con l’ep “Through the Devil’s Doorway”, gustoso antipasto di quello che ascoltiamo attualmente. Si dicono essere fan di Led Zeppelin, Deep Purple, Pentagram, ma è chiaro fin da subito che l’influenza primaria sia stata la leggendaria band di Birmingham.Ora è finalmente giunto il momento del full lenght dopo ben due anni di gestazione, questo affascinante “Capricorn”. Ascoltando il brano d’apertura (“Eyes Behind the Wall”) non ci si rende nemmeno conto di essere nel 2011. O meglio, sembra di ascoltare la band di Iommi catapultata ai giorni nostri. Come se il tempo si fosse fermato. La title track poi pare uscita dalle sessions di “Master of Reality”. Molto intensa la voce di Theo Mindell (che tra l’altro cura anche l’artwork dell’album): debitrice del primo Ozzy, tuttavia penetrante e convincente, supportata dai puntuali riff della chitarra di Mark Thomas Baker. A proposito di riff, spettacolare quello di “Down Into the Earth” mentre “Cosmonaut of Three” si traveste della narcolessia sleepiana chiudendoci in un vortice sonoro che disorienta e seduce. Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalla sognante e tenebrosa “Albatross”, posta in chiusura, praticamente una sorta di “Planet Caravan” riattualizzata e rivitalizzata per l’occasione. E qui sono brividi che scorrono lungo la schiena.
Un disco quindi consigliato ai nostalgici di queste sonorità, a chi è ancora in cerca di emozioni e a coloro che amano semplicemente il Rock, quello con la R maiuscola. Tutto il resto è superfluo.

Cristiano Roversi