ØRESUND SPACE COLLECTIVE WITH DAMO SUZUKI – Damo Susuki møder ØSC

Flutti di maree acide e orizzonte oltre la quarta dimensione. Con una discografia prossima a quella dell’opera omnia di Arturo Toscanini (ma a pensarci bene anche a degli Acid Mothers Temple, per dire) torna l’ensemble Øresund Space Collective in combutta con Damo Suzuki. Irriducibili freak innamorati di Can (gruppo d’origine del buon Damo agli inizi degli anni Settanta), Neu, Faust, Guru Guru i primi, sperimentatore d’avanguardia il secondo. Dall’incesto nascono frutti polposi come l’iniziale “Damo’s første ØSC Flyvtur”, ventitre minuti ventitre che forse neanche l’ultimo album completo degli Off! dura tanto. Ma neanche le seguenti canzoni scendono sotto al numero venti di minutaggio, tranne in un paio d’occasioni in cui i nostri “sintetizzano” il “Damo’s første ØSC Flyvtur” in due episodi da circa un quarto d’ora ognuno. D’altra parte non si possono imprigionare i flussi di coscienza dentro scatole da tre minuti e mezzo, quindi avanti, si parte per un viaggio che ci porta fuori dal nostro corpo. Evidente è che mr. Suzuki è un predicatore. Una sorta di Allen Ginsberg allenato al potere della parola, usata come alimento dell’anima, che si manifesta in corso d’opera, in evoluzione, in continua compartecipazione di quello che succede ora. La vocalità, lo strumento che può trascendere dal significato perché appartiene propriamente all’uomo e in quanto tale lo rende riconoscibile, crea il vertice emotivo delle composizioni. Di fianco e non sotto, i musicisti improvvisano. Di fianco e non sopra, Damo improvvisa. Ascoltiamo ciò che i nostri hanno fatto il giorno di San Valentino del 2013, salendo sopra un palco, suonando il proprio strumento. Precisamente in quell’ordine. Esattamente nel modo in cui quello che hanno appena prodotto influenzerà quello che deve venire. E così saliamo e scendiamo con le pulsazioni di basso, strumento in bell’evidenza, e tentenniamo nelle sospensioni generate da ciò che Dik Mik degli Hawkwind chiamava Audio Generator and Elettronics. La chitarra (in molte circostanze c’è Nicklas dei jazz/prog/psych masters Papir) è talmente elegante che non spezza mai il continuum del parlato, ma l’incoraggia e lo rafforza. Altra curiosità è che nei centoventiquattro minuti totali dell’album (triplo vinile su Clearspot e Shappire Records) gli elementi della band ruotano in modo tale da non escludere nessuno dal giardino dell’Eden creato da Damo. E lui, un giapponese di sessantatre anni, sempre lì, fisso, un monolite a disposizione del verbo, involto dentro una nube di vocals deelay e riverberi. Sarà forse per la giornata particolare ma eventi come questo sono veri e propri atti d’amore verso lo spirito primigenio della musica: consolare gli inconsolabili. Peace.

Eugenio Di Giacomantonio

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