ORNE – The Tree of Life

“The Tree of Life”. L’albero della Vita. L’albero della Conoscenza. L’albero del Bene e del Male. In molti hanno speso le loro peregrinazioni intellettuali attorno a questo concetto. Molti scrittori hanno nominato così le proprie opere, da Hesse a Alberoni passando attraverso la fantascienza, la narrativa o l’esplorazione psicologica. E non troppo distante è il bellissimo film di Terrence Malick che si interrogava sull’esistenza di un moto vitale tra le generazioni di una famiglia nella stessa maniera in cui le radici nutrono le foglie, sane o malate che siano. Ed è proprio con una voce fuori campo di stampo cinematografico che inizia il secondo disco degli Orne, gruppo nato dalle ceneri dei Reverend Bizarre, e andato ben oltre qualunque più rosea aspettativa. Gli elementi di ossessività e distorta lentezza del bizzarro reverendo hanno ceduto il passo ad un tocco magico ed elegante, sospeso tra strumenti acustici come sassofono, flauto ed organo e il ritmo ossianico dei riff di chitarra. Le canzoni hanno il compito di descrivere un universo finito e a sé stante, degno di reggersi da solo ma in continua contaminazione con il concept del disco.”The Temple of the Worm” e “The Return of the Sorcerer” aprono il lavoro con una bellezza incantata ed inequivocabile. Oltre sette minuti ognuna, si snodano attraverso un intro dolce e delicato per deflagrare nel corpo centrale del pezzo e lasciare una scia lucente nel finale. Si ascoltano leggeri ricami di piano Rhodes in cui s’innestano solos di chitarra gentili e mai sopra le righe. La parte ritmica segue le trame e sostiene il tutto con una leggera prevalenza di carattere della batteria. “Don’t Look Now” approfondisce il discorso e azzarda qualcosa in più in direzione cavalcata hard rock Settanta con tanto di fantastico assolo purpliano dei tasti d’avorio. E sulle stesse coordinate si apre il pezzo più accessibile del disco, “Beloved Dead”, che, a dispetto del titolo, sprizza chiara essenza pinkfloidiana con l’aiuto della sola voce e della chitarra acustica. Il finale è tanto inaspettato, quanto straordinario. La sorpresa risiede nel ritmo sincopato e flower power di “I Was Made Upon Waters”, omaggio fin troppo esplicito alla stagione delle grandi band progressive, soprattutto italiane. Tutto finisce come era iniziato, con la voce salmodiante che si fa appendice della conclusiva “Sephira”, unica composizione a donare una distorsione di stampo stoner all’intero disco.
Leggermente al di sotto dello splendido album d’esordio, “The Tree of Life” si farà ricordare nel tempo per le sue qualità di scrittura ed arrangiamento che andranno oltre il tempo, lo spazio e la nostra stessa vita; d’altra parte Amor Vincit Omnia e questo ci basta per farcene una ragione.

Eugenio Di Giacomantonio

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